Un dottorato conta più di un cantante

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Il brutto di una salita è guardarla, quando comincia. Uno dei segreti per arrivare in cima, dicono, è quello di non guardare mai in su. A volte, però, sembrano non esserci rimedi. Quando sei in fondo, in mezzo alla nebbia, la tentazione più forte è lasciar perdere, girare la bici e tornare a casa.

Quattro anni fa altro che nebbia, mi pareva di essere stato deportato in pianura padana. Non sapevo neanche la strada, non c’era neanche un cartello. Poi però, con fortuna e fatica, sono arrivato in cima. Pi Heich Di, lo chiamano gli americani.

E’ stata un avventura strabiliante. Ho girato mezzo mondo, dal sud america all’est europa. Ho conosciuto e lavorato con cervelli che, come dicono al paese mio, “je fumono i sorbi”. Senza capire bene come, mi sono ritrovato a scrivere o con uno dei miei romanzieri preferiti, a cena con gente che forse prenderà un Nobel tra qualche anno, addirittura ad un certo punto ero al Camp Nou a discutere di tecnologia mentre passava Iniesta che andava ad allenarsi. Non so ancora se ero io ad essere dentro FIFA15 o lui uscito dalla Xbox.

Il bello di una salita, è guardare in giù quando si è in cima. Perché anche se lo sguardo si perde, la rivedi tutta. Metro per metro. Il piccolissimo io, laggiù in fondo, che suda e arranca senza neanche sapere se e dove arriverà, sembra quasi ridicolo. E invece, eccolo qua. Grazie, freghi. Grazie a tutti.

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Santana per un’altra Europa

Rieccoci. Nuova tornata elettorale ed ennesimo impietoso riassunto delle puntate precedenti. Un anno fa le comunali marscianesi, finite a 300 voti dalla vittoria. Poco prima le politiche, un disastro. Cinque anni fa le regionali in cui per la prima volta ho annullato una scheda elettorale. C’erano tre schieramenti: il Pd con la Gadiuscia Marini – ex sindaco di Todi ricordata per essere riuscita a far vincere la destra dopo 60 anni – l’Udc (sic.) con la Binetti (SIC.) e Forza Italia con una che si chiama Fiammetta. Fu una campagna elettorale tremenda, ho ricevuto decine di sms non richiesti dal comitato della Marini, mi informavano su tutti i suoi spostamenti. Oggi cena a Porchiano con Catiuscia, domani incontro con l’Arci Greppolischieto. Annullai la scheda per mancanza di alternative, mentre il sindaco che ha devastato Marsciano a botte di cemento e favori ai suoi amici ricchi prese 8mila preferenze  e venne eletto in consiglio regionale.

Dal 2010 qualcosa è cambiato. Se non altro, la mancanza di alternative non si può lamentare. C’è addirittura un candidato governatore sostenuto da “Alternativa Riformista”, con la cannabis al centro del suo programma. C’è Casa Clown che si presenta separata da Forza Nuova, perché anche tra i fascisti c’è la gara a chi è più fascista. Ci sono i grillini che hanno scelto on line una candidata, poi l’hanno fatta dimettere, poi si è dimesso anche il secondo classificato, infine hanno scelto il terzo, anche se pure lui ha un passato tra le file di Forza Italia e per questo andrebbe sostituito; per fortuna, si erano stufati e si sono fermati. Ci sono poi le forze classiche: la Gadiuscia con il Pd e il suo carrozzone di clientele-marchette-hashtag-responsabilità-mai a lavorà, e c’è tal Ricci, uno che cinque anni fa venne scartato da Berlusconi perché troppo brutto per i cartelloni. Perché cinque anni fa il discorso politico volava ad alti livelli, e grazie al bipolarismo si parlava solo delle orecchie a sventola di Ricci.

Per fortuna, a questo giro c’è anche un’alternativa alle alternative cannabinoidi-grilline. A Marsciano ci sono ragazzi di venti anni che fanno campagna elettorale, di giorno lavorano e di notte vanno ad attaccare i manifesti. Ci vanno perché il loro lavoro è precario, sottopagato, come quello dei loro coetanei. Ci vanno perché senza la loro partecipazione politica, il lavoro sarebbe ancora più precario, probabilmente. Neanche i partiti principali hanno più militanti. Alle riunioni del Pd c’è la stessa gente che la mattina fa la fila alle poste per la pensione.  Un fermento politico così, a Marsciano, non si vedeva dagli anni del PCI. Rassegne cinematografiche, musicali, ri-acquisizione di casermoni abbandonati: non più tardi di dieci anni fa a Marsciano l’unica occupazione era guardare chi passava con la macchina sgommando davanti al centro commerciale.

Per questo, stavolta non ho dubbi. La mia regola è sempre quella: vota il primo partito di sinistra fuori dal Pd. Cinque anni fa non c’era, domani c’è. L’Umbria per un’altra Europa ha un candidato governatore, Vecchietti, di 34 anni. Lo senti parlare e non mette una virgola fuori posto neanche con Sbirulino davanti che fa le capriole. A Marsciano, proprio per recuperare il mio voto alle regionali, mi hanno messo due candidati consiglieri disegnati sulle mie preferenze: Sanni Mezzasoma è un anti-giuventino dichiarato che costruisce case in terra e paglia. Mi sembrava una follia (la paglia, non l’anti-giuventinità) e invece una casa in terra e paglia ha una resa che al confronto i mattoni di briziarelli sono sofficini findus. Tania Natalizi è la maestra che tutti noi non abbiamo mai avuto (perché le mie erano tutte vecchie e acide?).

Questa europa non l’ha scritta Santana, e si vede. Cambiamola.

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A casa mia se parla umbro e lussemburghese

C'è anche la banca popolare dell'Emilia Romagna

C’è anche la banca popolare dell’Emilia Romagna

Tutti conosciamo il Lussemburgo solo perché ai tempi delle scuole medie era una capitale in meno da imparare a memoria. Poi, oltre a Charlie Gaul e i fratelli Schleck, ricordiamo il Lussemburgo solo perché è un paradiso fiscale.  Un paese di cui conosciamo così poco è un paese remoto. Eppure può non essere sempre così.

A cena in un albergo della periferia di Lussemburgo, intesa come capitale, sono da solo. Come gli uomini con cui i Pooh hanno vinto un festival: in giro per lavoro, col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore. Mi siedo ad un tavolino minuscolo, ordino e da bravo ragazzo di campagna mi ingozzo di pane mentre aspetto. Tutto ad un tratto, di fianco a me, sento una voce familiare.
“Lia nun vole gnente!”

Due coppie di anziani a cena, non parlano francese come uno si aspetta. Parlano come il mi nonno. Dal remoto paradiso fiscale in cui sono finito, mi pare di essere alla trattoria de Batella, posto che ogni mascianese conosce. Mi sarò sbagliato, penso. C’è un po’ di confusione, sono stanco, avrò capito male. D’altronde il perugino e il francese hanno molto in comune: ad esempio, la parola “tenete” si pronuncia allo stesso modo. “Tenez”, a Parigi, “Tené” a Balanzano.

Il mio piatto non arriva, continuo a buttare l’orecchio sull’altro tavolo.

“Quann’è passato il terremoto?”
“Eh, allora tu qui c’erano i franchi! E da noi le lire”
“Sì sì, m’evon chiamato: m’on ditto che m’arfacevano la casa cusì com’era!”

Il mio piatto è arrivato, ma non posso mangiarlo mentre soffoco troppe risate. Sembra di stare a casa della mi zia, terremotata pure lei. Questi due omini e due donnine sono umbri. Solo che hanno più di settanta anni, che diavolo stanno facendo quassù? Guardo tra gli altri tavoli, forse fanno parte di una gita di quelle dove vendono le pentole; Padre Pio, però, non risulta intestatario di santuari in Lussemburgo.

Mentre mangio, non posso che ascoltare le loro conversazioni. Parlano di cimiteri, di case e di figli, di tutto quello di cui parla ogni nonno del mondo. E per mondo, intendo l’Umbria. Quando si alzano per andare via, devo chiedergli qualcosa.

“Di dove siete?”
“Come coccco?”
“Sapete, io sono umbro”
“Ahh! Noi stavamo a Gualdo Tadino! Ora viviamo qui da 52 anni.”
“Come? E ancora parlate umbro così?”
“E certo! Anche le mi figlie! A casa mia se parla umbro e lussemburghese. Stemo tanto bene quassù!”

Cinquantadue anni. Io sono stato quattro mesi in Estonia e a momenti ci lascio le penne, la signora Scassellati di Gualdo Tadino vive in un paese sperduto del nord Europa dal 1963.  E non solo ci sta bene, ma rincara la dose.

“la mi famiglia c’ha una cappella al cimitero de Gualdo, ma io non ce torno manco da morta in Italia!”

Gualdo Tadino è un posto immerso nel verde, come scritto su qualsiasi volantino turistico di qualsiasi cittadina di provincia italiana. Non c’è molto, per carità. In un’ora di macchina però si è in montagna, altrettanto tempo dista il mare, tanto per fare un esempio. Con due ore di treno si arriva a Roma. In Lussemburgo non c’è niente, a parte le banche. La domenica non si può andare a sciare, al massimo si va a fare qualche bonifico. Il fatto che una signora di quelle che si incontrano al mercato del lunedì preferisca il Lussemburgo a Gualdo Tadino, mi lascia senza parole. Saluto la signora – “tanti auguri cocco!” – e provo a cercare una spiegazione. L’attualità mi viene in aiuto.

Oggi i maggiori quotidiani italiani hanno diffuso una notizia ai limiti del clamoroso: “l’80% dei candidati per un lavoro ad Expo ha rifiutato 1300 euro al mese per 6 mesi”. E giù editoriali sui bamboccioni, Aldo Grasso che parla di giovani non abituati a lavorare, riflessioni sulla pigrizia degli italiani. La fantomatica ‘rete’ non è da meno: a lavorare, vergognatevi, gli zingari, è colpa degli zingari. Qualche ora di tempo e si scopre l’arcano: i 1300 euro intanto sono lordi, netti diventano 700. Le ore di lavoro sono chissà quante e più di 40 settimanali. Ad alcuni sono stati chiesti soldi per la formazione. E’ bastato chiedere ad un po’ di candidati, per sapere come sono andate le cose. I grandi giornal – il Corriere, l’Huffington,etc. – non lo hanno fatto. Non è solo l’economia italiana a prendere per il culo i giovani, ormai lo fanno anche i giornali. A viso aperto.

Nel 1963 in Italia non c’era ancora lo statuto dei lavoratori, il padrone ti licenziava come e quando voleva. Lo stato uccideva diecimila persone con una grande opera scellerata, il Vajont. La signora Scassellati di Gualdo Tadino si sentiva presa per il culo dala sua nazione, e se n’è andata in Lussemburgo. E non ce torna manco da morta.

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Libertà non è una partecipazione

L'inferno è un posto dove la gente canta sopra le basi midi

L’inferno è un posto dove la gente canta sopra le basi midi

Arriva per tutti il momento della vita in cui comincia il rosario dei matrimoni. Uno dopo l’altro, ad intervalli regolari di un’ave maria, tutti vi si sposano intorno. Non fossero bastate le difficoltà dell’adolescenza e la depressione post-laurea, ci pensano i matrimoni.

Al di là della dubbia utilità di scrivere un legame su un pezzo di carta, nell’anno del signore 2015 la questione è soprattutto economica. Perché preti, strascichi e gente stonata che strilla canzoni di vasco al microfono, sono tutti a carico vostro. Uno dopo l’altro, come le rate di un mutuo, vi tocca il bonifico regalo, più vestito nuovo (se donne), più autolavaggio e via dicendo.

Quando eravamo un paese di contadini, tutto questo aveva un senso. Una giovane coppia, armata solo di sogni e con in dotazione due vestiti per tutto l’anno, decide di vivere insieme: grande festa, ma soprattutto, aiutiamoli! Oggi una giovane coppia che si sposa ha già: due lavori, una casa, i mobili, la macchina, l’xbox. In più, è chiaro come questi facciano parte del 30% scarso di coppie di giovani, vabè quasi giovani, che non stanno tra le fila dei precari, o ancor peggio dei disoccupati. E qui sta la grande ingiustizia. L’iniquità che neanche Tsipras riuscirà mai a combattere.

Data una coppia di trentenni che si sposa, di dieci amici invitati sette saranno precari o disoccupati. Perciò loro, coppia di lavoratori con casa e futuro non così traballante, chiedono e ricevono un aiuto per il futuro da chi non sa manco cosa farà per vivere il mese prossimo. Il matrimonio oggi è un mostro abnorme in cui si tritano mille mila euro, perché tanto poi gli invitati danno una mano a sostenere i 200 euro a testa chiesti per un pranzo che il mio falegname con 30mila lire lo fa meglio. Tutto questo, come detto, sostenuto anche da chi tribbola anche per trovare 30mila lire da dare al falegname.

Il matrimonio è un’invenzione del demonio. Gesù, della cui bontà tutti vi riempite la bocca proprio durante i matrimoni, non si è mai sposato. Arrivato a 33 anni ha preferito farsi mettere in croce, piuttosto che farsi invitare ai matrimoni dei discepoli. Ogni volta che vi troverete ad ascoltare il karaoke dell’amica cornacchia della sposa che respira piano per non far rumore, per la quale avete versato un centinaio di euro, pensate a quanto stareste più comodi su di una croce.

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Charlie n’est pas leghista

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I pranzi delle feste natalizie offrono sempre spunti interessanti. Danno l’opportunità di stilare un sondaggio, come quelli che mandano al telegiornale, forse più affidabili. Di anno in anno, il parentame cambia idee politiche, si concentra su problemi diversi, identifica nemici mutevoli. Nel mio sondaggio personale, con un campione statistico che va da Natale alla Befana, ho potuto osservare fenomeni interessanti. Prima di tutto, Renzi non ha più la fiducia che aveva a Pasqua. Il bluff ormai è chiaro a tutti. Nonostante questo, il sindacato è ancora visto come la radice dei mali di un’azienda, che sia pubblica o privata. Di fatto, escono fuori delle regole associative un po’ zoppe, del tipo:

Se un’azienda va bene, è merito dell’imprenditore. Se un’azienda va male, è colpa dei lavoratori pelandroni e del sindacato che li protegge.

Il dibattito politico è circoscritto a questi temi caldi, per lo più generalisti. Del successore di Napolitano non può fregare di meno a qualcuno, le leggi salva-Berlusconi ormai non stupiscono neanche più. Altro dettaglio interessante, le opinioni nel corso degli anni possono mutare fino a contraddirsi. Sarà colpa dell’overdose di dolci, ma non c’è la sensibilità di sentirsi spaesati quando la politica economica che stai sostenendo è approvata anche dal tuo nemico giurato. A Pasqua di tanti anni fa si difendeva l’articolo 18, oggi invece è un privilegio inutile che frena i mercati. Sarà che chi è in pensione, dell’articolo 18 può pure fregarsene.

Vale lo stesso per la vicenda di Charlie Hebdo, giornale satirico che non risparmiava nessuno, ora difeso a spada tratta (giustamente) da tutti, anche dai bersagli (ignari) preferiti. Eppure, quando dalla tua parte si siede gente come Salvini, Ferrara, Borghezio, almeno un po’ di prurito lo dovresti provare. Che poi, perché un terrorista islamico non comincia a uccidere prima gli anti islamici? E se lo facessero, non sarebbe comunque terribile? Proveremmo dolore per persone orribili. Nella sfortuna, in Italia non corriamo grossi rischi. Di giornali liberi ce ne sono pochi, la satira è stata azzoppata da un pezzo, e ai criminali che uccidono giornalisti e scrittori siamo abituati da tempo.

Alla fine, comunque, arriva sempre il dolce. Che sia un pandoro mainstream o delle pinoccate hipster, la discussione finisce. L’appuntamento per il prossimo sondaggio parental-elettorale è a Pasqua. La sensazione è che Renzi farà la fine degli agnelli.

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Cambiare faccia, adesso

Invece di protestare, apritevi un fondo d'investimento alle Cayman

Invece di protestare, apritevi un fondo d’investimento alle Cayman

Piazzale Loreto è piena di lampioni, ieri mussolini, oggi berlusconi.

La cantavamo a squarciagola nel 2002, al Circo Massimo. Il signor B. voleva cancellare l’articolo 18, la piazza rispose a voce alta. Eravamo una marea di gente. Sono passati dodici anni, in teoria qualcosa dovrebbe essere cambiato. Ad esempio, nel 2002 una connessione ADSL costava l’ira di dio e non era disponibile ovunque. Le penne USB erano da 128 Mb. Avevamo tutti un nokia 3310.

Dopo tutto questo tempo, il governo vuole di nuovo cancellare l’art.18 e la piazza ha risposto come allora. Con tutti i distinguo del caso –non esiste ancora una vera e propria proposta di legge, Renzi lo ha solo detto e contraddetto ogni tanto– e nonostante in questi anni sia successo un po’ di tutto, siamo ancora all’articolo 18. Siamo ancora al “per creare lavoro dobbiamo poter licenziare” .  Ieri a Roma mancava un po’ di gente, rispetto a dodici anni fa. Quella gente che ieri ha scelto, seppur idealmente, la riunione di Renzi con gli imprenditori. Fulminati dalla rottamazione renziana, si sono ritrovati come i grillini: in un mondo tutto loro dove il loro amato Renzi fa e dice ciò che si aspettano dal loro premier. A chiedere la stessa cosa a due renziani, si ottengono due risposte diverse seguite dallo stesso finale: sei un gufo.
Dopo otto mesi in cui l’unica mossa del governo sono stati i famosi 80 euro per vincere le elezioni, dopo otto mesi con risultati economici miseri, dopo una finta rottamazione con tutti i “capoccioni” rimasti a dirigere le aziende pubbliche,  dopo il famigerato patto con Berlusconi: gli innamorati di renzi, sono ancora lì, a credere che il loro beniamino stia facendo davvero quello che aspettavano da tanti anni. Quello per cui nel 2002 manifestavano insieme a noi.

Per fortuna, anche la droga più potente prima o poi non ha più effetti. I nostri amici renziani tra non molto capiranno di non avere niente a che spartire con il mondo dell’alta finanza che va a braccetto con Renzi. Si renderanno conto, ad un certo punto, di essere finiti a cantare la stessa messa dei berluscones: “qui c’è l’Italia che crea lavoro!” (complimenti per i risultati..). “Il diritto allo sciopero crea disoccupazione!” (e invece i fondi d’investimento con base alle Cayman cosa creano?). “I gufi non ci fanno lavorare!” (ringraziateli allora…)

A presto, amici renziani.

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La confessione

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Il Tacito è l’unico treno intercity che collega l’Umbria al nord. L’unico modo per raggiungere Firenze o Bologna in tempi ragionevoli. Ne passa uno al giorno, è tra i più in ritardo d’Italia e tra i più sporchi. Qualche anno fa trovarono un’invasione di zecche tra i sedili. Nonostante i prezzi siano lievitati ai limiti dell’usura, è ancora l’unica scelta per i perugini che una volta ogni tanto salgono a nord. Nel prezzo del biglietto, per fortuna, è compreso lo spettacolo dei personaggi che prendono il treno una volta ogni tanto. Non ancora intossicati dal pendolarismo, sono ancora di quelli che in treno parlano coi vicini.

Scompartimento a 6, siamo io e un tizio silenzioso sulla sessantina. A Perugia sale una coppia, marito e moglie, avranno 50 anni. Si siedono e il marito esordisce subito:

–Scusate eh, è che noialtri nnel pigliamo spesso il treno.

La moglie capisce l’antifona e si addormenta subito. Il marito si siede accanto al tizio silenzioso e comincia lo spettacolo.

–No perché prima uno m’ha fatto incazzare, io poi voglio dire, la mi moglie è vice direttore di un hotel a 5 stelle da 30 anni, io mi occupo di altre cose, e questi padroni massoni super protetti sono così arroganti…

Il tizio ascolta come un prete dentro al confessionale, annuendo benevolo.

–… e insomma io ero in fila dalle 6, erano le 6.30 e il treno partiva, perciò passa di là e fai il biglietto, e subito i soliti protetti, perché qui a Perugia abbiamo fatto entrare tutti, subito tre marocchini hanno preso la palla al balzo e il massone ha cominciato a rogare. Ma nn’ha capito che ha scelto male dua gì a sbatte i corni…

Il tizio non riesce neanche a sospirare, il confessato è un fiume in piena.

–..perché qui sono 75 anni che ci sono i comunisti, faccio per parlare eh, 75 anni che al potere ci sono gli stessi. E fanno venire i musulmani perché così poi gli danno il voto e prendono il voto. Perugia è diventata come… ora non so da dove venite voi, ma insomma perugia non era mica il molise o la Calabria, perugia adesso il centro è in mano agli spacciatori. Poi tutti a fare i centri commerciali con le mafie, ovunque. Tutto furti, ladri, ammazzamenti.

Il tizio, pelatino, capelli grigi, riesce solo a dire che non è di Perugia. Il perugino non si ferma più, la sua storia tocca tutti gli argomenti dello scibile umano. Bersaglio preferito, comunque, i sindacati e i comunisti. Poi la massoneria, le mafie, i giudici. Non ce n’è per nessuno.

–Io per carità, le ideologie non ce l’ho. Però anche alla stazione, al binario, le cartacce per terra pegg-ch-a-napoli.

Non si ferma più. Il tizio non riesce neanche ad alzare la testa, la confessione non sembra ancora finita, anzi. Io ascolto e prendo appunti al computer, ogni tanto prova a coinvolgere anche me, ma resisto.

–Perché voglio dì, a Perugia c’erano genitori che avevano staccato i canali mediaset per non far vedere canale5 ai propri figli! Neanche nel medioevo! E intanto alla rai mandavano i film truccati dai comunisti. Per dire, sto ragazzo qua c’ha un Appol. Se non glie dai la possibilità de comprare Appol, diventamo come Cuba.

Trattengo le risate ma tradisco un sorriso. Ancora però resisto, devo resistere. Non voglio interrompere la confessione. Arriviamo a Terontola intanto, un paesone vicino Arezzo noto per la sua stazione ferroviaria. Non è che sia grande o famosa, in realtà, ma ci fermano i treni a lunga percorrenza e questo per un umbro è già segno di posto molto importante.

–Ecco vedi? Qui già si nota che siamo in toscana. Non c’è una cartaccia per terra. E’ che sti marocchini tanto non vogliono crescere, non si vogliono evolvere. Le sinistre hanno voluto che la gente rimanesse ignorante, per governarla. E adesso hanno creato sto elettorato ignorante, che c’è caso che i forconi li piglia per davvero e poi? Poi voglio vedere che glie arcontano.

La moglie si sveglia un attimo per controllare i biglietti del treno. Tutto a posto, il cambio è più avanti. Prova a riaddormentarsi ma non è facile stavolta, perché il marito ha preso confidenza con il confessore ed ha alzato il volume.

–E’ che sto paese è al contrario. Cioè tu qui Stecchino, quello della nave affondata, va a insegnare all’università! Ma io me domando e dico dua semo finiti. Che poi voglio dire, è una questione de buonsenso. Voglio dire, se lei lavora su un ufficio che è pieno de merda da tutt-le-parti, magari lei trova il tempo di pulirlo anche se le pulizie non gliele pagano, no? E bè a Perugia manco quello.

Quando gli argomenti e i nemici sembrano finiti, ecco che sale una coppia ancora più strana. Lei sulla settantina, con l’accento inglese fa subito notare al confessato che ha sbagliato posto:

–il 61..si quello è il mio posto!

–Sì sì signora, è che io se vo a marcia indietro me fa male.

–…è il mio posto!

–sì sì pronti, ecco le prendo la valigia.

La signora si placa, sorride, fa entrare anche il marito e la giostra ricomincia. Il tizio che si è ascoltato tutta la confessione è sollevato, ha la faccia di uno che si è tolto un mattone dallo stomaco. Ora la coppia anglofona è al centro dell’attenzione. Subito le presentazioni. Sono americani ma in pensione, fanno sei mesi a Manhattan e sei mesi nel Casentino.

–c’è una pace nei boschi del casentino…altro che new york!

–ah ma anche mia moglie è di new york!

Costretta a svegliarsi di nuovo, la moglie si unisce al discorso.

–sì, sono cresciuta a new york…

–wow! che bello e dove?

–Long Island. I miei erano messicani, io però sono nata lì. Poi sono venuta in Italia.

–Eh ma noi italiani in america ci siamo stati tanti, abbiamo fatto tanto. Per dire anche Sinatra era italiano.

–Ah sì! Frankie veniva al nostro ristorante ogni tanto.

La coppia di anziani che viaggia in Intercity aveva un ristorante a Manhattan, con tanto di Frank Sinatra che ogni tanto capitava.  Nel frattempo, anche io ero stato trascinato dal perugino dentro ai suoi discorsi. Politica, politica Marscianese su cui sono più ferrato. Ovviamente si parla anche di america insieme ai cuochi di the Voice.

–Eh ma new york per un giovane è un posto ideale! La città che non dorme mai! E voi invece Perugia la conoscete? E’ bellissima

–Sì sì, siamo stati diverse volte.

–E a Torgiano? C’è un ottimo vino, lungarotti…

–Sì sì, conosciamo anche lungarotti, molto buono.

–Eh ma allora dovete venire a trovarci! Dai, daje il biglietto da visita

La moglie tira fuori un biglietto da visita e lo porge agli americani. Loro ricambiano, poi guardano me e ne danno due anche a me. Lui è Cavaliere, lei ha una tenuta medioevale oggi chiamata agriturismo per non dare nell’occhio. Probabilmente ci sono anche i vassalli. Mi trovo spiazzato ma in un attimo risolvo: ho anche io un biglietto da visita. Isti-CNR, mica cotica. Prego, ecco a voi. Il confessato si illumina, un altro giovane perugino con il biglietto da visita! Ormai siamo amici. Gli americani scendono, noi da Perugia proseguiamo per pisa. E via, un’altra ora di storia della massoneria, poi musulmani, poi mafia del cemento, poi i comunisti, poi addirittura il minimetrò.

–…quel trabiccolo pare una funivia. Pensa che appena inaugurato glie fecero un video che ce andavano a scià!

Non posso nascondermi più. Fino adesso ho poco più che annuito, impossibilitato a parlare dal fiume in piena. Ma ora tocca a me.

–già, c’ero anche io lì.

–Davero! Ma senti un po’! Ecco do t’avevo visto!

Momenti di gioia e giubilo terminati ovviamente con un selfie da mostrare al figlio, grande fan del video quando uscì.

Arriviamo a pisa alle 9.30, le nostre strade ora si dividono. Ci salutiamo come grandi amici. In realtà lo siamo stati, per queste poche ore. Nel fiume di parole, opere e omissioni, qualcosa con cui ero d’accordo anche io forse c’era. Se non altro il video del minimetrò, un capolavoro senza tempo con una sola battuta ancora più efficace del non-sono-stato-io di Bart Simpson. (per la cronaca: “La farà la neve?”)

Il biglietto dell’intercity costa l’ira di ddio, ma compresi nel prezzo ci sono i pensieri degli italiani. Tutti. Un turbine di parole che si contraddicono ad ogni tutun tutun del treno, a soli 30€ per pochi km. Ma chi c’ammazza.

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