Piazza Afghana

Di nuovo morti sul lavoro, questa volta militari. In effetti sono i più a rischio, anche se muoiono molto meno degli operai. La tragedia è comunque tale da “fermare” il paese e indurlo, se non al ragionamento, almeno al cordoglio. Per cronache, parole di circostanza e professioni pacifiste di Bossi rimando ai vari giornali on line; su nessuno di loro ho però mai trovato qualcuno che abbia notato una poco piacevole curiosità: a qualche giorno da grandi tumulti o manifestazioni c’è sempre qualche strage, una coincidenza quantomeno sinistra, e non nel senso di comunista. Sabato 19 era prevista la manifestazione in favore della libertà di stampa, dietro la quale si stava creando un movimento mica da ridere. L’appello di Repubblica è stato firmato da tutta Europa, grandi intellettuali e premi Nobel compresi. Stessa cosa accadde nel marzo 2002, la CGIL portò in piazza 3 milioni di persone in difesa dell’articolo 18, e qualche giorno prima le fantomatiche nuove BR sembravano voler riportate il paese negli anni di piombo con l’uccisione di Marco Biagi. Nessun complotto, per carità, anche se le nuove BR non impaurirono neanche il Milan di Ancelotti che in difesa giocava con Roque Junior e Laursen, e questi giorni di sospensione delle discussioni sui grandi temi autunnali sono ossigeno per i polmoni berluscones. Le stragi di stato sono comunque una tecnica assodata, riportano ordine paura e mantengono lo stato di iniquità necessario al benessere dei governanti.

Ora tutti pronti alla sfilata di alte cariche per i funerali di stato, ed alla immancabile puntata di Vespa. D’altronde chi non ha altro che la propria vita non può che investire quella. Per la gioia degli strozzini, eserciti o aziende che siano, che vivono di rendita. Il dolore paga sempre.

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