Van Houten lo spietato

L’elicottero atterra nella radura, facendo scappare le poche pecore, le bestemmie dei pastori sovrastano il rumore delle pale. Scende prima la lunga processione di collaboratori e galoppini, quindi ecco lui, sessantenne che si tiene in forma, brizzolato, e potere illimitato a disposizione della sua firma. Van Houten, un nome che a pronunciarlo ancora qualcuno si toglie il cappello, una carriera fulminante associata alla mafia, secondo le malelingue. Il perché di quel suo blitz nella campagna è sconosciuto ai più, lui che ha gestito affari con tutto il mondo, strozzando i petrolieri e irridendo i cinesi, chissà cosa può trovare in mezzo ad anonime colline infangate dall’autunno. L’obiettivo di Van Houten è a mezz’ora di cammino poco agevole, soprattutto per gente vestita come dovesse andare a chiedere un miliardo in banca.

Con qualche difficoltà il capo e i suoi scagnozzi raggiungono la meta, un castello diroccato che domina le due valli sottostanti. Forma irregolare, mura per metà distrutte, all’interno una specie di palazzo signorile e un campanile che lascia presagire anche la presenza di una chiesa. Alberi secchi e qualche panchina probabilmente dimenticata lì da qualcuno a cui avanzavano panchine. Un posto ai limiti dell’inutile per gente in giacca e cravatta, con la 24 ore piena di scartoffie da far firmare a gente importante.
Qualche minuto ed arrivano pure altri figuri, presumibilmente provenienti da zone limitrofe, stringono la mano a Van Houten ed iniziano a parlottare. Pare stiano discutendo di affari, ma non si capisce cosa possa trovare Van Houten in una terra dimenticata pure dai contadini, tra i galoppini serpeggia il dubbio che il boss sia rincoglionito. Qualcuno inizia pure a sognare la successione. Il grande capo saluta gli interlocutori e torna dai cravattari suoi collaboratori, che subito smettono di chiacchierare come comari e rientrano nel ruolo di laureati in economia.

–Ragazzi,qui compriamo tutto. Iniziate a preparare i contratti e chiamate le banche.–
Van Houten non parla, ordina.

–Prendiamo contatti con l’amministrazione per aggiustare il piano regolatore? Cosa sorgerà qui? Centro residenziale? Albergo? Ipermercato del verde?– uno dei servi fa la domanda di routine, senza neanche malizia. Van Houten ha i soldi per poter comprare anche i sindaci.

–No, qui rimane tutto com’è. Nessuna trattativa, diamogli qualsiasi cosa chiedano.–

Il vecchio è pazzo, non rimane altro da pensare. Il suo viso non mostrava segni di cedimento, come al solito. Stavolta però è merito dell’occhiale a specchio, completamente stonato col vestito di alta sartoria italiana, ma rivelatosi necessario per nascondere gli occhi di ghiaccio. Perché il ghiaccio si è sciolto e ha iniziato a inumidire le palpebre, perchè l’immagine che i galoppini vedono riflessa nelle lenti non è la stessa che vede Van Houten.

Dietro quegli occhiali si vedeva indietro nel tempo, quaranta anni indietro, o giù di lì. Quegli occhi di ghiaccio erano aperti su un mondo diverso, da cambiare, da vivere. Il giovane Van Houten, spiantato studente sognatore, le lotte studentesche, le città da vivere di notte. Una generazione stufa che finalmente si sveglia, che lotta, che ride e irride, che studia il modo per modificare il proprio futuro. La piazza, le facce, la musica, e tra quel mare di storie un volto. Uno sguardo tra quel milione del corteo guardava il barricadero Van Houten, quell’occhio di ghiaccio che un giorno avrebbe fulminato fior di manager non si fece sorprendere. La classe non è acqua, in pochi secondi la decisione era presa. Non una decisione qualsiasi, ma quella giusta: Van Houten avrebbe ritrovato quello sguardo, ormai lo aveva schedato. C’era solo da sperare che la polizia non disperdesse il corteo, o iniziasse a caricare.

La polizia non caricò, il movimento non si spense. Tante cose cambiarono da allora, mondo compreso. Van Houten ritrovò quello sguardo, era giovane e pazzo, non lo spietato boss di adesso. Sognava di cambiare il mondo, e invece cambiò la sua vita. In quel castello diroccato dove si trovava adesso, su quella staccionata dove era seduto vicino a quello sguardo. Di sotto non c’era niente, intorno non c’era nessuno; c’erano quei due, c’erano colline e un laghetto inquinato a fondo valle. C’erano due occhi di ghiaccio, uno sguardo e dei sassi grandi da far rotolare giù per la scarpata.

L’elicottero è pronto a ripartire, i pastori assordati dal rumore hanno ricominciato a bestemmiare, e le pecore a scappare. Van Houten e i galoppini si avviano verso la radura, loro che ancora si interrogano su questo strano affare, lui ancora serrato dietro i suoi occhiali a specchio. Lui che guarda ancora quel posto dimenticato da dio, quelle mura sgretolate. Tutto è come allora, e adesso sarebbe stato suo. Van Houten lo spietato è così potente da essere riuscito a ricomprarsi la sua vita.

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2 commenti

Archiviato in Tales of adventure

2 risposte a “Van Houten lo spietato

  1. lisa

    e io che speravo si parlasse di milhouse…

  2. Non ho letto il racconto e non so quanto c’entri tutto ciò, ma oggi ho sentito che l’immagine archetipica della città medioevale “spellata” (che, nelle sue diverse declinazioni, costituisce buona parte dell’attrattiva turistica della nostra regione) sarebbe un prodotto dell’immaginario del ventennio, poi assunto a riferimento nella prassi di recupero, restauro, etc. dei centri storici.

    Ai tempi in realtà gli edifici sarebbero stati intonacati, cosa che si può peraltro evincere – ad esempio – dagli affreschi dipinti da Giotto ad Assisi.

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