Il bidone che fermò il Campionissimo

–Per la Madonna vo bene?

–Porco dio, me parete Coppi!

"Un uomo è solo al comando"

Quando per le campagne umbre si girava in bicicletta, e giusto qualche padrone aveva l’automobile, ad un viandante straniero che pedalava di buona lena e chiedeva ai contadini informazioni sulla strada per Madonna del Piano gli si rispondeva che andava più che bene, addirittura sembrava Fausto Coppi. Negli anni dell’Italia contadina che cambiava con le prime avvisaglie del boom economico, il Campionissimo piemontese incarnava i sogni di un paese che dopo un ventennio di sciagure aveva voglia di vincere.

Coppi non era certo un sex symbol, eppure giornali e radio del suo tempo erano affascinati da quel ciclista quasi deforme, dal naso a becco di Airone e il petto gonfio come un tacchino, il tutto retto da due gambe esili. Gli occhi scavati, una pettinatura che oggi ritroviamo giusto in qualche foto dei bisnonni, eppure dal bambino alla massaia, chiunque conosceva Fausto Coppi. Nei pomeriggi di maggio era facile accendere la radio e sentire quell’inizio di radiocronaca passata alla storia: “Un uomo è solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi“.

Iniziò a pedalare in qualità di garzone del salumiere di Novi Ligure. Ben presto si accorsero di quel fenomeno, dotato di una resistenza fuori dal comune, e nel 1940 debutta al Giro d’Italia. Non fu un esordio propriamente umile, fu il primo Giro d’Italia vinto da Fausto Coppi. Seguirono altre vittorie, tutte prestigiose. Tour de France, campionati mondiali, Milano-Sanremo e Parigi-Roubaix. In mezzo ci fu la guerra, che tolse gli anni migliori all’atleta Coppi; se si fosse combattuta sui pedali, quella guerra l’avremmo vinta e oggi saremmo noi i dominatori del mondo. Invece eravamo guidati da un puttaniere pelato pieno di sé, di cui ancora oggi si tessono le lodi. Era tal Mussolini.

Coppi volava sulle strade alpine, per questo fu soprannominato l’Airone, e con lui anche l’Italia, dopo la guerra, prese a volare. Eravamo finalmente una repubblica, De Gasperi primo ministro e Fausto Coppi che nello stesso anno vince sia il Giro d’Italia che il Tour de France, in totale sono sei settimane di corsa. Un po’ come i Beatles qualche anno dopo, Coppi era più famoso di Gesù. Nell’Italia pudica e ipocrita di allora si permise pure il lusso di divorziare, sebbene ancora non fosse possibile. Sposato e con un figlio, conobbe la moglie di uno stimato medico marchigiano e se ne innamorò perdutamente. La storia di Coppi e la Dama Bianca fu il primo scandalo da rotocalco, persino papa Pio XII si schierò contro quei due, contro la loro decisione di vivere il proprio amore nonostante i loro precedenti matrimoni. In realtà il papa era invidioso, prima di tutto perché lui di donne non ne aveva neanche una, e poi perché si era accorto che Coppi era davvero più popolare di Gesù Cristo.

Un personaggio così leggendario non può che morire giovane per cause assurde. Contrasse la malaria durante in viaggio in Africa, e tornato in italia i medici non furono in grado di diagnosticarla. Credevano avesse una semplice influenza, e morì il 2 gennaio del 1959. Qualche anno prima, nel 1954, perse il suo ultimo Giro d’Italia a scapito di Carlo Clerici, umile gregario che ebbe la fortuna di capitare su una fuga bidone. Lasciarono andare i fuggitivi, credendo che tanto Coppi li avrebbe ripresi senza problemi. Anche in quel caso, la diagnosi fu errata e Coppi perse quel suo ultimo Giro d’Italia.

Quella di Fausto Coppi, a suo modo, è stata una lezione. E’ stato famoso e vincente, pur vivendo sempre sulla strada. E’ per questo che il coraggio, in corsa come nella vita, non gli è mai mancato. Solo due malintesi sono stati in grado di fermarlo, d’altronde la storia ci insegna che le sorti del mondo sono decise dagli stupidi.

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