Lo so che viso avesse

Him

Il manifesto dei concerti di Guccini è lo stesso da trenta anni, quando il suo faccione pieno di barba e capelli neri arriva sui muri della città vuol dire che il Maestrone sta per arrivare. Per i gucciniani è come il pipistrello proiettato nel cielo di Gotham, un richiamo a cui bisogna rispondere. Il 26 febbraio è il turno di Perugia, mi accingo dunque ad assistere al mio quinto concerto del Guccio nazionale.

Momenti di attesa

La compagnia di questa volta è formata dal duo Cetroni-Molle, note inquiline di Casa Cariole. Sono rosse, ricce, non casalinghe ma comunque disperate. Una di loro costringerà pure il fidanzato, con spiccate simpatie di destra, a farsi due ore di concerto in mezzo ai pugni chiusi: per tutta la serata le note di Servi della Gleba risuoneranno nella mente del povero malcapitato. Mentre le aspetto di fronte al palasport faccio un giro nella via dei porchettari, sono in sette ma il migliore è quello con la scritta “Produzione Propia”. Prima dell’ingresso c’è invece il banco delle magliette, immancabile. Sono un po’ meno attratto dal merchandising delle facce del Che e dei versi del Guccio, a testimonianza del mio inesorabile invecchiamento. Sarà che tra le maglie ce n’è addirittura una con un errore, una frase copiata male. Non sopporto questo marketing facilone.

Riunito il gruppo si entra, a detta di una delle Cariole c’è una simpatica ragazza che ci sta tenendo il posto in prima fila. Ben conscio che siamo ad un concerto e non alla mensa di via Betti a Pisa, mi preparo alla scarica di legnate che riceveremo. Invece ci accomodiamo di fronte alle transenne, e nessuno batte ciglio. Per la prima volta vedrò Guccini dalla prima fila, mi fosse successo otto anni fa, al mio primo concerto, sarei morto lì. Altri tempi.

A sedere!

Ai concerti di Guccini si sta rigorosamente seduti in terra, e dopo dieci minuti di natiche su pavimento, nonostante l’esperienza mi ha consigliato di portare un cuscino da stadio, abbiamo già le chiappe anchilosate. Manca ancora mezz’ora all’inizio, e c’è chi sta peggio di noi: due vicini stanno cenando con crackers e prosciutto, fumandoci un sigaro subito dopo. La sciucca li ucciderà a metà concerto. Puntuali come il ciclo mestruale arrivano 3 sms elettorali da Gadiuscia Marini. Mi dice che farà una cena a Colombella e che dovrei vergognarmi, perché Bersani va a Sanremo, non da Guccini.

La scaletta

Arriva il Maestrone bolognese, urla da stadio, ci siamo. Si cominciano a vedere gli anni che passano, sembra un po’ più stanco del solito, anche se la  r moscia e le battute caustiche non mancano mai. Si parte, come al solito, con Canzone per un’amica, quindi Il Tema e Noi non ci saremo. Si intravede una scaletta decisamente diversa da quella degli ultimi anni. Se dio vuole non ha più nuovi album da promuovere, cosa che permette di tirare fuori delle chicche direttamente dai suoi anni  bollenti. Si continua con le Osterie di fuori porta, quindi l’elegante Vedi Cara, usata a suo tempo per scaricare una ragazza al posto del solito “ti amo ma non mi meriti”.  Dal pubblico arriva la richiesta de L’Avvelenata, in realtà viene chiesta ad ogni pausa, Guccini ormai ignora e va avanti. Alternate version di Incontro, che tanto la può fare pure Casadei ma rimane bella. Tocca a Farewell, molto gradita dalle ragazze, quindi due canzoni più ricercate: Su in collina e il Testamento del pagliaccio. Quest’ultima mai sentita prima ed assente da qualsiasi discografia, eppure tra la folla c’era chi la cantava.

Flaco ci guarda

La Bologna rossa di Eskimo, la canzone più gucciniana che c’è, introduce il gran finale. Perché a venti anni è tutto ancora intero, perché a venti anni si è tutto o chi lo sa. A venti anni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quella età. Arriva Cirano, e il pubblico scatta in piedi. Per le ultime canzoni il Guccio ammette una deroga alla regola di stare seduti. D’altronde sarebbe impossibile rimanere a terra quando Cirano, dopo la sua cantata contro i signori imbellettati che più non sopporta, si dona in tutto e per tutto a Rossana. La canzone non lo dice, ma Rossana finirà col cugino tonto di Cirano, che però è belloccio e c’ha la Golf.

Non siamo del pd

Dio è morto, Un altro giorno è andato, La Locomotiva: la prima ha cambiato la mia vita quando me la fecero sentire durante un campeggio flanders, dove costringevano noi ragazzi a pregare e andare alla messa, la seconda è una celebrazione del tempo che passa che al confronto Eraclito è una scoreggia e la terza non ha bisogno di tante parole per descriverla. La Locomotiva è l’ultima canzone di ogni concerto, non esistono bis. I bis sono per le checche, e poi dopo questa non c’è altro da aggiungere. Bisogna solo aspettare, finché ci giunga un giorno di nuovo la notizia di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.

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