Una seconda occasione

Il capostazione è stanco, attende la pensione e sa già che nessuno lo sostituirà. Ormai le stazioni ferroviarie sono anonime e razionalizzate, il bigliettaio divora banconota e sputa ticket, dall’altro capo dell’altoparlante c’è un disco, neanche di un grande autore. Mestiere strano il suo, vedere arrivare un treno dopo l’altro, che puntualmente se ne va nella direzione opposta da cui è venuto. Ogni vagone colmo di storie, di turisti, lavoratori dormienti, giovani squattrinati, deliquentelli di basso borgo. Anni e anni passati a guardare facce a volte diverse, a volte uguali, alla fin fine in un paesello sono sempre gli stessi a viaggiare in treno. Il treno, metafora di vita, in cui si può viaggiare in regola o in anarchia, un viaggio in cui al massimo puoi provare a decidere la destinazione, ma in cui la strada non puoi sceglierla. Il treno si può perdere, volutamente o inconsciamente, ma una volta andato non torna indietro, non si volta ad aspettarti.

“Dai ragazzi io vado che mi parte il treno.” da un tavolo del Bar Braccino, Goffredo si alza e fa per andarsene. “Ma mi spieghi dove te ne vai a quest’ora?” “E dove vuoi che vada, sul regionale delle 14 è pieno di belle studentesse, c’è da pasturare!” In ogni bar del mondo non mancano mai le vocine che si levano dal fondo e fanno allusioni, probabilmente le danno gratis insieme all’insegna e alla macchina del caffè. “Ma state buoni, che io ho da fare, mica come voi massa di perditempo!” Goffredo ha sempre accettato di buon gusto le chiacchiere da bar, anche se dopo un po’ si annoiava di parlare sempre e solo di donne e calcio. Si allontana ridacchiando, pensando che in fondo i suoi amici non avevano proprio torto. Anzi, in seguito all’sms arrivato mentre varcava la porta del bar, i suoi amici avevano maledettamente ragione.

<oggi proprio nn ho voglia di andare a lesson… ma sn già in viaggio! ci sei anche te a farmi
cmpagnia?
>

Il linguaggio dei 160 caratteri era uno dei misteri che Goffredo non riusciva a spiegarsi, ma in questo caso il mittente valeva bene il tradimento dell’ortografia. E poi quel messaggio era più che chiaro, che doveva dire “prendimi stallone da mille e una notte che oggi è il tuo giorno fortunato”? Con tutte queste intercettazioni si rischia che sul treno salga la buoncostume, meglio essere maliziose nella norma, tanto capirebbe anche un dodicenne. Goffredo non era propriamente una lucciola in questo campo, perché pensava troppo. Sapeva che quello era il treno per il paradiso, ma comunque temporeggiava, indugiava, rifletteva.

Nella malinconia di un giorno lavorativo qualunque, il capostazione si barcamena nel tedioso lavoro d’ufficio, ormai erano più le relazioni da consegnare che i treni in transito. Alle Ferrovie sembra che interessi più la carta che i viaggiatori, in effetti oggi la comunicazione è tutto. Il cliente sa che difficilmente arriverà in orario a destinazione ma una volta a casa lo spot con gli ottimi risultati dell’azienda ferroviaria sarà sempre lì, prima del tg, preciso come un ragioniere di Lambrate. E pensare che il mestiere di capostazione era quanto aveva sempre sognato. Ancora però gli piace guardare tra le carrozze, tra le mille espressioni dei viaggiatori, rivedersi negli occhi sognanti e distratti di quei giovani d’oggi, che in ogni epoca di ogni mondo non sono mai più “quelli di una volta”. Suona la campanella, è in arrivo il regionale delle 14, ultima controllata di avere tutti gli attrezzi del mestiere ed esce fuori. Salgono in pochi, il semaforo è già verde, un ultimo sguardo in su e in giù, e si può dare il via.

In una stazione piccola e sempre semi­vuota non c’è mai posto per parcheggiare quando sei di fretta. Nessuna eccezione neanche per Goffredo, quando finalmente riesce a infilare la sua carretta da qualche parte, il fischio del capostazione gli giunge chiaro e limpido, e genera in lui la stessa reazione del fischio dell’arbitro che rilevò il suo fallo in area, in quella finale del torneo dell’oratorio: una trafila di silenziose ma decise bestemmie. Breve corsa disperata, ma la beffa è proprio lì, appena mette piede sul marciapiede del binario il treno si mette in movimento. Gli occhi di Goffredo, a metà tra il rassegnato e lo speranzoso, si incrociano con quelli del capostazione: questione di attimi ed ecco il ruggito del vecchio leone, secondo fischio, paletta invertita e il treno magicamente torna addirittura indietro per far salire Goffredo. Solo per lui si riscrive la storia, si contraddicono i proverbi, vai matador ora tocca a te.

“Ma così non vale! E ora io come faccio a passare la vita a struggermi nel dubbio di come sarebbe cambiata la mia vita se avessi preso questo treno? Il treno quando passa, passa! E che cavolo!” Goffredo inveendo contro il capostazione gira i tacchi e se ne va.

Non rimane che far ripartire quel fottutissimo treno e tornare alle scartoffie di prima, il capostazione rientra mestamente maledicendo l’autore del racconto, quell’idiota che gli ha pure negato la soddisfazione di poter raccontare ai suoi nipoti di aver cambiato la vita ad un ragazzo disperato, solo perché odia i finali lieti. Certo che rovinarsi il fegato pochi giorni prima della meritata baby­ pensione, per colpa di uno scrittore della dubbia valenza narrativa, dimostra che proprio non c’è più religione.

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