Finalmente il festival

A Perugia, pochi passi da casa mia, è la settimana del Festival internazionale del giornalismo. Giornate piene di appuntamenti, discussioni e conferenze interessanti, non come quando ci sono quelle palle mostruose sui pittori di qualche epoca strana o la musica da camera del seicento eseguista dai solisti di Aciliacasalpalocco. Nonostante sia giunto alla quarta edizione, questa è il primo festival a cui riesco ad assistere. Nei tre anni precedenti sono stato esiliato a Pisa, città il cui unico evento degno di rilievo è la luminara, una bucciottata cosmica.

L’atmosfera del festival si respira già dal parcheggio di piazza partigiani, appena scendo dalla macchina ho un sussulto: dentro una fiat croma scorgo i baffi di Ruotolo. Non sono sicuro fosse lui, proseguo per il centro vedo un altro che somiglia a Ruotolo, forse c’è in programma una convention dei sosia di Ruotolo.

Il primo particolare che si nota, nella Perugia del festival, sono i pass, badge o come diavolo si chiamano. Il foglietto di plastica legato al collo, quello che ormai è simbolo del potere da quando anche Sacchi ce l’aveva a Usa ’94. Sul foglietto c’è scritto il grado a cui appartiene la testa sopra al collo a cui è legato: ho notato alcuni Volunteer (saranno i fan dei Jefferson Airplane), qualche Staff, degli Speaker ed ovviamente i Press. Nelle donne le differenze di grado si notano anche senza badge, le volontarie e quelle dello staff sono vestite normalmente, mentre le giornaliste le riconosci perché fanno le fiche in ogni modo possibile, dagli shorts che mostrano le cosce a un qualsiasi particolare di rilievo (la borsa di vuitton, l’occhiale di fendi etc). Mi vengono in mente pensieri maschilisti, ad esempio vedere il giornalismo femminile come un ripiego per modelle fallite, ma li reprimo.

Teatro Pavone, incontro con Gianni Mura, decano del giornalismo sportivo. La platea è piena per metà, intorno a me tanti giovani, tutti più o meno giornalisti. Lo si vede da quanto si sentono importanti, in molti hanno il giornale sotto braccio e quasi tutti frequentano facoltà quali Comunicazione, giornali, Media, new media, sorrisiecanzonitv. L’accento è del sud, romani, napoletani al massimo, in un proliferare di BlackBerry e iPhone. La tecnologia dovrebbe essere accessibile previo esame di abilitazione, altro pensiero razzista che reprimo. Il giornale più presente tra le poltroncine è la Repubblica, seguito da Il Fatto e Il Manifesto. C’è pure un tizio obeso, che infatti ha sottobraccio Il Foglio.

Dopo uno spot di Unimerdit mandato a ripetizione per 15 volte, arriva sul palco Gianni Mura insieme al conduttore del dibattito, altro giornalista di Repubblica di cui non mi sono appuntato il nome. Errore grave, ma i giornalisti tanto sono loro.  Mura si mostra subito ironico, di fronte ha un interlocutore che è la sua antitesi e ci va a nozze nel contraddirlo, scatenando applausi e risate in platea. Si parla soprattutto di giornali, di articoli, di come la qualità della scrittura non conta più, dei nuovi orizzonti dell’informazione. Mura ricorda che è rimasto l’unico giornalista che ancora batte i suoi pezzi con la macchina da scrivere, data la sua allergia alle “nuove frontiere”, ed è per questo che al sentir nominare il giornale formato iPad si chiede se questo sia la moglie dell’iPod. La definizione più azzeccata finora letta in giro, l’iPad in fondo è un iPod che negli anni si è ingrassato.

Il botta e risposta tra i due scorre via veloce, la contrapposizione è brillante e rende interessante l’ascolto. Mura è bello panzuto, con il look alla Guccini (barba folta e capelli bianchi), una polo e un gilé da pescatore. Il conduttore è magro, ben pettinato, in giacca casual ma impeccabile. Ormai in pensione, Mura continua a lavorare e annuncia che sarà conduttore del Processo alla Tappa per il prossimo Giro d’Italia. La sua carriera è ormai compiuta, ed ora si può permettere di commentare tutto e tutti. Da Feltri e Belpietro fino a rivelare il segreto di Pulcinella sul mestiere di giornalista: non sono i più bravi che vanno avanti, raccomandatevi o rassegnatevi.

Fuori dal teatro Pavone, mentre c’è già la fila per assistere all’incontro con Oliviero Toscani, vedo una troupe che intervista un tizio pelato. Mi avvicino e riconosco Zoro, in arte Diego Bianchi; una signora vicino a me lo indica a sua figlia con riverenza: “quello è Saviano”. Poco più in là arriva Mura, accerchiato da uno stuolo di subumani tipo i nerd che c’erano a informatica (questi, ancora più sub, fanno lettere), intenti nel farsi firmare autografi.

C’è davvero una bella aria a Perugia, la metto a pari merito con quella che si respira a Umbria Jazz. Sembra quasi di vedere le idee che viaggiano, poco sopra alle teste dei passanti; magari non sono tutte degne di nota, magari per la maggior parte sono retorica, però almeno ci sono. Nel tornare a casa noto Gianni Mura e Zoro seduti allo stesso tavolo del bar Medioevo. Chissà che diavolo si diranno.

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2 commenti

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2 risposte a “Finalmente il festival

  1. i giovani giornalisti sono tutti così!!

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