Archivi del mese: luglio 2010

Futuro e libertà in un turbine di sesso e politica

Un morto ammazzato per colpa sua

La corte di appello di Genova ha reso note le motivazioni della condanna dei vertici della polizia in merito ai fatti di Genova 2001. Per gli assenti: a Genova, durante il luglio 2001, si svolse il g8, ovvero la riunione dei grandi della terra che si incontrano in una città, la blindano, e si prendono un thè in santa pace. Il movimento No global era allora nel suo momento di massimo splendore, e si ritrovò proprio a Genova per farsi sentire e vedere. Non c’era posto migliore di una città contenente gli uomini più potenti del mondo e il loro relativo seguito di televisioni, giornali, servi e lacchè vari. Durante la manifestazione arrivarono dei figuri vestiti di nero, i black block, che riforniti di armi da carabinieri e polizia iniziarono a fare atti di vandalismo. La polizia, che non aspettava altro, iniziò a caricare senza pietà. Arresti, botti e manganellate. Nel caos generale ci scappò pure il morto. La sera tutti gli arrestati vennero trattenuti dalla polizia perché trovati in possesso di armi e molotov, quindi torturati.

La corte di appello di Genova ha motivato ciò che con un po’ di buonsenso avevano capito tutti da nove anni: la polizia si è inventata la scusa delle molotov ed ha picchiato senza pietà, con il beneplacito dei piani superiori.

Tra i superiori, nel 2001, c’era il ministro dell’interno Claudio Scajola. Quello che si è fatto comprare la casa da un imprenditore prossimo ad entrare in galera. A genova, quel giorno, arrivò anche Gianfranco Fini. Lui, il paladino del liberalismo di oggi. Vide le botte, le torture, e con una pacca sulla spalla si complimentò con i vertici della polizia. In parlamento difese Scajola a spada tratta, e accusò la sinistra di avere lei fomentato la violenza.

La questione morale la inventò Berlinguer negli anni ottanta. Fini l’ha scoperta nel 2010. Al contrario dei treni del suo duce, è arrivato in ritardo.

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Espressioni che mi stanno sul cazzo: com’è?

Ad ogni esame c’è sempre qualche domanda a cui non si riesce a rispondere, regola che non vale per quelli che qualunque cosa gli si chiede la sanno. Gonfi d’invidia, tocca sempre sempre accettare il 25 e complimentarsi con i fenomeni per il 30 e lode appena firmato. Anche per queste grandi menti, però, esiste una domanda a cui non possono rispondere con fermezza. Questa domanda è la terribile “com’è?”

Ogni conoscente incontrato per strada chiede com’è. Non si sa cosa sia a suscitare l’interesse dell’interlocutore, la razza umana porta con sé da sempre il mistero di sapere a cosa si riferisce la domanda. L’ignoto suscita paura, e la paura genera convenzione: quando chiedono “com’è?” si risponde sempre “bene!”. Uno scambio di battute che non ha un senso logico, eppure anche in questo momento milioni di persone staranno domandando “com’è?” e altrettanti milioni risponderanno “bene!” Una variante classica consiste nel sostituire il verbo essere con il verbo andare, la domanda diventa quindi “come va?”, ed in questo caso la risposta “bene!” ha già più senso, se si trascura il fatto che, come in ogni discorso tra conoscenti, si stia parlando del nulla cosmico.

Esempio di storia incentrata sull’espressione “com’è?/come va?”

Marina tornava a casa tutte le sere con l’ultima corsa del 51bis, doveva arrivare fino al capolinea. Dopo la penultima fermata rimaneva sempre da sola, la notte illuminava la periferia fatta di palazzi e piante con cani intorno.

La via si fa più tortuosa, si inerpica su per le colline che dominano la città. L’autista ogni tanto la guarda dallo specchietto retrovisore, il continuo manovrare il volante esalta le sue braccia possenti, che escono dalle maniche corte della camicia blu di ordinanza. Sarà la divisa, sarà il fascino dell’uomo stanco dopo una giornata di lavoro, Marina non riesce mai a non guardare l’autista. Tutte le sere da mesi, senza mai il coraggio di parlargli: c’è pure scritto che non si dovrebbe. Eppure una volta il coraggio lo trova.

Ultime curve prima di casa, c’è traffico e l’autista sbuffa insieme al suo pullman. La strada è stretta ed il volante si fa più duro ad ogni tornante. Marina prende fiato e si butta.

–Com’è?
–Grosso.
–Come va?
–A nafta.

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Lettera ad un organizzatore di vacanze a cavallo in Toscana

In toscana puoi dormire sul letto dei tuoi nonni per soli 200 euro a notte

Caro organizzatore di vacanze a cavallo in Toscana,

quanto sei tonto. Non fai altro che cercare di vendere il tuo prodotto, l’agriturismo in maremma o tra le colline senesi, tra la natura e il relax in uno sfondo da sogno. Tutto questo però devi dirlo a chi vive nel Massachussets, o a Milano, perché altrimenti ti rendi solo odioso.

Le colline toscane non sono dolci, sono fatte di terra, come le altre colline italiane. Sono concimate tutte a letame, assaggiale te le colline toscane, poi mi dici se sono dolci. Il relax te lo fai te quando hai incassato i dollaroni dei turisti del Massacchussets, che quando gli dici toscana ti allungano subito una banconota, anche se stanno in coda ad un semaforo di Fiumicino. Tu ti avvicini e urli: “Toscana!” e tac, ecco 10 dollari. A chi non viene dal Massacchussets, o da Milano, non raccontare la storiella del relax. Una domenica d’estate sulla statale della val d’Elsa non ha nulla di diverso dal grande raccordo anulare. Ci sono solo i trattori in più, quelli che ci mettete per far sembrare tutto più genuino. Continua a leggere

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Santa Bandana da Oropa

Il santuario di Oropa

Il santuario di Oropa è un esempio di religione lucida. In una conca tra le prealpi biellesi, a 1200 metri di altitudine, sorge un complesso sacro formato da una chiesa, un chiostro, un cucuzzoletto santo, un cimitero, un prato e altre costruzioni d’altri tempi, come un casermone per accogliere i pellegrini.

La storia del santuario parte dal quarto secolo, quando fu fondato dal vescovo Eusebio, colui che diffuse il cristianesimo nelle valli biellesi. Prima di allora si adoravano le risaie. Nel 1300, quando ancora la Lega Nord non esisteva, si cominciò a venerare la madonna nera. Alla statua raffigurante la madra di nostro signore vennero attribuiti molti miracoli, tra cui quello di aver salvato la città di Oropa dalla peste, pur non avendone inventato una cura. Continua a leggere

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Le Tour c’est le Tour

Alberto Contador, pistolero commosso

Crono finale del Tour de France. Alberto Contador, spagnolo di 27 anni, ha la meglio sul suo peggior nemico da tre settimane a questa parte, Andy Schleck, lussemburghese di 25 anni. Gli otto secondi che li dividevano sono diventati trentanove, gli stessi che Andy perse in una tappa di montagna sui pirenei, a causa di un banale salto di catena. All’arrivo, lacrime per tutti e due. Continua a leggere

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Espressioni che mi stanno sul cazzo: felice

Prima puntata della nuova rubrica del sabato: espressioni che mi stanno sul cazzo. Ogni sabato, dimenticanze e voglia permettendo, andrò ad analizzare le espressioni, le parole e i modi di dire che più mi danno urto. Oltre ad una analisi introduttiva, ci sarà anche una breve storia incentrata sull’espressione in esame.


“Felice” è una delle parole più utilizzate, con un un’impennata registrata dagli anni ottanta in poi. Ogni film, compresi quelli di fantascienza, ha nei suoi dialoghi la domanda “Sei felice?”. Anche nei film d’azione si trova il modo di infilarla in qualche scena, non è necessario che la cosa abbia un senso. E’ un mantra da recitare quando si vuole essere profondi;  l’uomo navigato, ad esempio, chiede ad una ragazza conosciuta ieri se è felice. E lei nel 70% dei casi risponderà “non lo so”. Nessuno sa mai di essere felice.
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C’è più gente che alla festa a Schiavo

carta geografica del marscianese risalente all'epoca pre-Bucciottino (1998)

La festa a Schiavo è una istituzione, baluardo irremovibile della cultura anni ’90.  La sua origine si perde nella notte dei tempi, ufficialmente prende piede nel periodo di boom delle sagre paesane, cioè la fine degli anni ’80. La Milano da bere era al tramonto, ma tutto sommato il Tevere somigliava in qualche modo ai navigli e venne naturale provare a imitare i paninari d’oltre Po. Ogni paese, piccolo o grande, cominciò a spacciare droga e torte al testo, e subito il fenomeno esplose. Nacquero le sagre più disparate, dal cinghiale al lepre, passando per ranocchie, tequila e nutella. Ogni prodotto alimentare era un possibile pretesto per fare una sagra. Quando a Schiavo decisero di legare il loro nome alla birra, ancora non sapevano che di lì a poco avrebbero cambiato il futuro di una generazione. Continua a leggere

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