La figa del Vajont

La diga del Vajont

La A27 parte da Venezia, dove ci sono turisti, fabbrichette con i loro paròn, acqua ovunque anche se non piove, e va su verso i monti, passando oltre Belluno e puntando verso Cortina d’Ampezzo, dove il mondo che conta va a sciare.

All’altezza di Longarone l’autostrada finisce, e si continua sulla statale. I primi paesini, un albergo sconsigliabile (nome: tre archi) gestito da una coppia siculo-rumena, all’orizzonte si comincia ad intravedere il Cadore, la valle dolomitica dove Wojtyla passava le vacanze. La macchina va che è un piacere, quando sulla destra compare un particolare che non può sfuggire. Nel mezzo di una gola stretta, un canyon in pratica, sorge una patonza di cemento alta 260 metri.

Quel triangolo è la diga del Vajont, simbolo di una tragedia disumana e fiore all’occhiello dell’ingegneria italiana negli anni del boom economico. Vedendo la forma ambigua e conoscendo il disastro provocato, si poteva intuire che dietro ci fosse la mano di ingegneri anche senza saperlo.

Il Vajont è un affluente del piave, nasce dai monti friulani e va a finire in Veneto incuneandosi tra due montagne. La gola è molto stretta, e nei primi anni del 900 l’ing. Semenza, un capoccione dell’industria elettrica veneta, sogna di costruirci una diga per poi produrre energia. Tra progetti, studi, burocrazia, la guerra mondiale, il tutto riparte negli anni ’50. Iniziano i lavori, la diga viene su che è un amore. Il progetto iniziale è stato raddoppiato, l’altezza sarà di 260 metri, la diga più alta del mondo. Muore anche qualche operaio, ma fa parte del gioco. Terre espropriate con la forza agli abitanti del luogo, ma in fondo sono pecorari di montagna.  Nel 1960 la diga è pronta, il 4 novembre si stacca una frana dal monte Toc e va a finire sull’invaso. Toc in dialetto significa pezzo, quel monte si sgretolava fin da quando lo battezzarono; sarà stato il 1400, quasi 1500, lo chiamavano così perché si sgretolava, cadeva a pezzi.

Tra le vicende tipicamente italiane fatte di commissioni, politica, permessi, carte, responsabilità, avalli e perizie, i lavori procedono mentre dal monte Toc scendono frane, una addirittura inizia a staccarsi ed è bella grossa. Roba che se cade giù non si sa cosa succede al lago, magari distrugge anche la diga. Qualche anno prima era già successo in Francia: diga crollata, centinaia di morti. Il progresso però non si può fermare, serve energia elettrica, e poi la diga del Vajont è un vanto per l’Italia. Il lago artificiale si riempe sempre di più, la frana si stacca sempre di più. I geologi spariscono, gli ingegneri perseverano senza neanche sapere, probabilmente, il perché.

Uno dei capolavori dell'ingegneria mondiale

L’8 ottobre 1963 il monte Toc è bello che staccato, ha rotto le acque, da lui sta per nascere un piccolo bambino. Un piccolo monte pronto a tuffarsi nel lago, un tuffo a bomba, di quello che alzano una colonna d’acqua. Gli ingegneri sanno tutto di questo parto, hanno le ecografie, sanno che sarà maschio, obeso e dannoso. La montagna stava partorendo un Giuliano Ferrara fatto di argilla e sassi. Forti dei loro studi e della loro professionalità, gli ingegneri fanno quello che sanno fare: aspettare e sperare che non muoia nessuno. Il 9 ottobre del 1963, alle 22.39, con un boato tremendo un pezzo del monte Toc finisce dentro il lago, genera un’onda d’acqua che passa 100 metri sopra la diga e si schianta sul paese di Longarone. In meno di 10 minuti fa 2000 morti. Non rimane niente, neanche i cadaveri.

Mentre gli ingegneri fuggono, l’Italia si rende conto di aver assistito ad un momento fondante della sua storia. Il Vajont, quel prodigio delle menti italiche, è il simbolo sociale più efficace che abbiamo. Quella diga rappresenta la differenza che c’è tra chi la diga sta sopra a costruirla, e chi invece vive di sotto, in un silenzio imposto dalla forza di chi può permettersi di non ascoltare. Su quell’opera ci furono proteste e preoccupazioni degli abitanti dei paesi limitrofe, tutte rispedite al mittente o non ascoltate. La stampa che si occupò del caso (Tina Merlin su L’Unità) fu denunciata, perché ritenuta turbatrice dell’opinione pubblica.

Dopo la sciagura, gli ingegneri hanno continuato la loro opera. Il processo intentato all’Enel (proprietaria della diga) è stato inquinato in tutti i modi possibili, mentre gli avvocati pagavano i superstiti con cifre da disperazione e un tariffario preciso (padre:1,5 milioni di lire, sorella: 800.000 lire, e così via) per convincerli a non costituirsi parte civile. Il governo italiano istituì una tassa speciale, tutti gli italiani avrebbero aiutato i longaronesi a ripartire, pagando 5 centesimi di lire su ogni litro di benzina. Quei fondi furono rastrellati dagli speculatori, che acquistarono licenze ed attività di Longarone a prezzi da miseria, per potersi accaparrare il diritto agli aiuti ed usarli come meglio credevano. Il miracolo del Nord-Est industriale, pieno di fabbrichette con i loro paròn, nasce dai soldi rubati ad una comunità che piangeva duemila morti in meno di dieci minuti. Quel benessere che oggi la Lega difende a spada tratta dall’invasore islamico,terrone,rumeno,barbaro, è nato calpestando la dignità umana, con i soldi di Roma ladrona.

Longarone si attraversa in un minuto, e la diga del Vajont sparisce subito dalla vista. Un minuto ha impiegato l’acqua per scendere da quella diga e distruggere tutto, e un minuto serve per capire come sia possibile perdere tutto, vedersi umiliati anche di fronte alla propria famiglia sepolta sotto le macerie. Si continua a rimettere i debiti ai nostri debitori, mentre ai piani alti nessuno ha mai pagato: né i creatori della diga del Vajont, né il creatore di questo mondo disumano.

11 commenti

Archiviato in argite, io me piasse ncolpo

11 risposte a “La figa del Vajont

  1. E’ proprio bello, così tanto che lascerò stare il commento ironico.
    Dovrebbe andare su qualche giornale.

  2. fedesan

    ispiratissimo…

    non chiamare i macellai ingegneri però…

    sai, senza ingegneri battevamo ancora la merda co’ le cannuccie dell’estathè!

    il problema, come diceva un barbone in voga un secolo e mezzo fa, è economico sovrastrutturale.

    • vedi, quando l’ingegneria sconfina nella scienza si ottengono risultati mirabolanti per l’umanità, quando l’ingegneria guarda all’economia (90% dei casi) arrivano danni e dolori… ma del resto l’estathè sa di sapone, e qui gli ingegneri c’hanno messo mano sicuro

  3. fedesan

    allora semo d’accordo…
    ultimo esempio clamoroso il ponte sullo stretto!
    io preferisco la cedrata tissoni.

  4. “quando l’ingegneria…”
    “quando l’ingegneria…”
    e quannolculcolaragioncontrasta?

  5. fedesan

    la domanda è mal posta…

    dimme almeno chi mette la ragione e chi mette ‘l culo.

  6. Cara Peola Borghese, sono molto colpito dalla lucidità della tua ironia nel trattare il tema Vajont. Anche noi abbiamo cercato di far tornare a riflettere su quella tragedia che andrebbe chiamata oggi con altre parole : “strage di Stato con licenza”. Credo che un discorso come il tuo dovrebbe poter circolare molto di più, e proprio nel Veneto. Quanto al “miracolo del Nord-est” ed ai finanziamenti provenienti dall’imbroglio operato a danno dei sopravvissuti del Vajont, credo sia una notizia che molti, troppi italiani ( ma non solo ) ignorano proprio a causa della coltre fitta di nebbia prodotta dal sistema mediatico sul dopo Vajont.
    Ti propongo di collegare il più possibile il tuo blog a tutti quelli che in rete ne hanno parlato. Conosco alcuni amici di Venezia che potrebbero essere interessati a partecipare ad una riflessione comune sul significato di quei fatti. Per parlarne al presente.
    Con stima e un augurio di buone cose.
    Bruno dell’Associazione Ponterosso

    • Grazie Bruno, io non sono di quelle parti, ma sono stato per lavoro due giorni a Longarone e ho voluto approfondire la storia del Vajont. E la storia mi ha colpito, l’ho letta tutta in rete, ho visto i documentari presenti su youtube. L’umiliazione che ha subito e sta subendo quella gente è qualcosa di talmente disumano che suona strano persino raccontarlo: c’è il rischio che chi ascolta non ci creda. L’opera di divulgazione più bella, su questo argomento, resta il monologo di Paolini; ma anche quello, nonostante la grande diffusione che ha avuto, non può certo riscrivere le sorti dei Longaronesi (e perché no, degli italiani).

  7. Andrea Pernigotti

    Cara Dott.ssa Borghese, io sono un ingegnere della Provincia di Alessandria, dove Le ricordo che nel 1935 c’è stato un altro disastro (il crollo della diga di Molare); per fortuna non ci furono 2000 morti ma solo 150 (sigh…). Capisco il dolore e l’umiliazione che prova nei confronti dei responsabili. Io sono dalla vostra parte ma mi permetta di chiederLe di non insultare gratuitamente la categoria professionale degli ingegneri. Non bisogna generalizzare, è un grave errore. Ci sono gli ingegneri delinquenti e quelli onesti. Ci sono i medici delinquenti e quelli onesti. Ci sono gli avvocati delinquenti e quelli onesti. Ci sono i politici delinquenti e quelli onesti (pochi). Eccetera, eccetera. Rifletta per favore su questo. Se poi ha deciso di odiare me e tutti i miei colleghi solo perchè inseguendo un sogno o una vocazione ho preso una laurea in ingegneria, allora non so che cosa pensare. Cordiali saluti. Andrea

  8. Lukas

    Posso dire che senz’altro la tragedia è stata immane ed EVITABILE, toc nel dialetto bellunese significa MARCIO (“un pomo toco” è una mela marcia), almeno da veneto l’ho sempre detta così. Poi lasciamo perdere il discorso soldi, sono d’accordo che ci sia gente che ha ABUSATO dei fondi. Ma qualcosa è stato ricostruito. Del Belice e dell’Irpinia ci ricordiamo le accise tali e quali, gente che ha rubato ancor di più e gente che vive ancora nei container. Per stendere un velo pietoso su chi rideva la notte del terremoto de L’Aquila, con ancora oggi il centro ancora da sistemare. E non era in Veneto. E con strutture antisismiche che dovevano reggere. Gli ingegneri hanno fatto un ottimo lavoro (la diga è rimasta in piedi) ma nel posto sbagliato! La “voglia” era quella di sfruttare quello che sarebbe diventato il più grosso bacino allora esistente, tanta acqua in un solo posto, tanti soldi con una sola struttura. Oggi è un pò diverso, la geologia ha un posto più rilevante nelle opere pubbliche.

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