Al mare in treno

al mare in treno

Viaggio gratis in treno per chi sceglie di andare al mare in riviera romagnola, una iniziativa interessante, ambientalista e per questo ammirevole. La sensibilità a temi come la produzione di anidride carbonica sta crescendo, siamo, si spera, negli anni che precederanno la rivoluzione verde. Da giovane estremista di sinistra, la vacanza in treno sulla riviera romagnola la feci quando il treno si pagava pieno. Vale la pena raccontarla, così da invogliare i turisti a raccogliere l’invito di trenitalia e degli albergatori romagnoli.

Estate 2003, primo anno di università, nessun sogno nel cassetto e un po’ di voglia di avventura. Si parte in tre, insieme a quelli che per rispetto della privacy chiamerò Soccibu e Noiré. La scelta ricade sul campeggio, per cercare di sfruttare l’atmosfera selvaggia che regna in queste aree: leggenda vuole che in campeggio le inibizioni delle ragazze siano minori. Noleggiamo una roulotte al camping le Rose di Gatteo a Mare, posto sconosciuto vicino Riccione e a pochi passi da san Mauro di Romagna, paese natale di Pascoli.

Treno da Perugia, con cambi a Foligno, Ancona e Rimini. Quattro ore di viaggio quando in macchina ne serve una e mezza, due al massimo. Arrivo al camping, sistemati i bagagli nella roulotte modello Rom DeLuxe di fianco a noi arriva un camper motorizzato Fiat Coriasco. Per i tanti che non conoscono il Coriasco, è un furgone che oggi ha più o meno 35 anni di età. Dal camper scendono in sequenza: bambino biondo con pannolone che corre via a petto in fuori come Cannavaro, fratello e sorella che si prendono a cazzotti, mamma formato gommone e nonno catarroso. Accento della famiglia indiscutibilmente napoletano.

In frigo non c’è niente, non abbiamo mezzi di locomozione, facciamo spesa al minimarket del campeggio. Ad attenderci c’è una cassiera stile tabaccaia di Amarcord e una vasta scelta di surgelati. Prezzi doppi rispetto ad un normale supermarket. La cassiera ci guarda ridendo. Cucinata la schifezza in padella, si archivia la prima serata con una partita a scala quaranta. Un urlo ci fa sobbalzare: il bambino napoletano ha sete e bussa sul tavolo urlando “voglio bbbere”. La notte è ormai calata da un pezzo, mentre Soccibu scarta un 4 di fiori inutile, la nostra veranda viene aperta da mano esterna ed entra un ragazzo con una torcia. “Ragazzi non fate rumore e spegnete le luci, il campeggio deve dormire”. Prima di allora, le ronde le avevo viste solo nei film.

Il mare in Romagna non è un granchè, lo sanno tutti. Il nostro campeggio è sull’argine del Rubicone, la relativa spiaggia è dunque alla foce del fiume reso famoso da Giulio Cesare. D’altronde in riviera non si va per fare il bagno. L’unico momento emozionante in spiaggia è stato quando Soccibu ha chiesto a Noiré di risolvere l’indovinello della capra e dei cavoli. Noiré ha usato la spiaggia come lavagna, riunendo intorno a sé un capannello di pensionati, tutti intenti ad aiutarlo nel trovare la soluzione. Dopo venti minuti è arrivato il responso corretto, e via tutti a cena soddisfatti (alle 18). L’obbiettivo della vacanza non era però cercare una eredità, perciò uno dei punti più battuti era il campo da beach volley, da sempre sorgente di ragazze sportive poco vestite. Sfortuna volle che trovammo solo un giovincello di Vicenza dalle capacità intellettive di un boy scout; organizzammo un due contro due per scaldarci un po’, magari si sarebbe aggregata altra gente. Il match fu interrotto dopo pochi minuti: Soccibu si era fratturato il mignolo per palleggiare.

Il richiamo di Riccione non poteva essere ignorato. Dal campeggio ci si arrivava comodamente in treno, Soccibu si incarica di andare a vedere gli orari. 23.15, l’ultimo disponibile. Attendiamo l’ora X facendo un paio di mani a scala, quindi via verso la stazione. Arriva il treno, ma va nella direzione opposta: Soccibu aveva sbagliato a leggere l’orario. Da lì fu bersagliato, per tutta la vacanza, da una lunga serie di fischi, urla e bestemmie, ogni volta che prendeva la parola. Il clima si faceva teso, le discoteche di Riccione ci attendevano la sera successiva, ma una se n’era già andata.

Il treno per Riccione era pieno di gioventù, vicino a noi c’erano quattro ragazze ai limiti della denuncia alla buoncostume. Scendono dal treno e vanno a fare i biglietti per il pullman, noi le seguiamo e al botteghino chiediamo gli stessi biglietti. Ci ritroviamo in una piazzetta, in fondo a viale Ceccarini. C’è un autobus con gente che ci offre da bere, salgono le ragazze, saliamo anche noi. Ci ritroviamo alla Baia Imperiale, una discoteca in cima ad un colle che conta non si sa bene quante sale da ballo. Al suo interno troviamo, oltre a mezza Perugia, una marea di gente. Fanno tutti finta di conoscersi, vengono dalle parti più disparate d’italia. Non riuscimmo a rimediare neanche il contatto facebook di qualche ragazza, ma solo perché Facebook non esisteva. Eravamo avanti noi. Uscimmo dalla Baia alle 5, non sapevamo come fare per tornare a prendere il treno. Ci incammiammo a piedi, e non si sa bene come riuscimmo ad arrivare ad un paese sulla costa. Il dito mignolo di Soccibu, nel frattempo, era diventato color nero morte, perciò mentre noi una volta preso il treno e arrivati al campeggio andammo a dormire, lui proseguì verso il pronto soccorso di Cesenatico. Il tutto alle 9 di mattina e noleggiando una bicicletta al campeggio. Tornò con una stecca al dito, ma suo padre non si fidò, lo venne a riprendere e lo portò all’ospedale a Perugia. Lì gli ingessarono la mano. Non lo avremmo più rivisto fino al nostro ritorno a casa, mancavano ancora 3 giorni.

Mutilati di un compagno, andammo avanti nella missione. Le giornate però trascorrevano senza novità, se si esclude il gatto rosso che di notte veniva a mangiare i nostri rifiuti sparsi per terra sulla roulotte. L’ultima sera, mentre mangiavamo un gelato al bar del campeggio (cremino dal costo di 2 euro), ecco che compaiono due ragazze al biliardino. Una è traccagnotta, castana, sorridente, l’altra ha il caschetto moro e una voce sbrodolante. Noiré decide che bisogna tentare il tutto per tutto. Qualche partita a biliardino e dopo poco tempo raggiungiamo la loro tenda per fare due chiacchiere. Venivano da qualche paese emiliano, ascoltavano solo Radio Bruno, non dissero nient’altro di interessante. Erano già le tre di notte, noi avevamo il treno alle sette e dovevamo rifare i bagagli e pulire la roulotte per evitare la multa del campeggio. In un momento di distrazione delle ragazze chiesi a Noiré: “ma non andiamo?” “Finché non me la danno io sto qui.” La risposta lasciava presagire ulteriore tempo sprecato, ma in qualche modo, alle 4, riuscimmo a tornare ai nostri giacigli. Ancora poche ore e Gatteo a Mare e la riviera romagnola li avremmo rivisti solo nei film di Jerry Calà.

Di questa vacanza non ne abbiamo mai parlato a nessuno.

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2 commenti

Archiviato in biografologia, io me piasse ncolpo

2 risposte a “Al mare in treno

  1. Ne avrei, di storie così, da raccontare.

    Ma ho una dignità, io.

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