Archivi del mese: luglio 2011

Speciale Tour de France

Il Tour è il Tour, e lo sanno tutti. Per provare a capire questa verità secolare, un buon metodo è quello di andarlo a vedere. Insieme a due componenti degli Outlet e ad un camper motorizzato Fiat Ducato (anno di grazia 1990), sono partito alla volta delle Alpi francesi. Continua a leggere

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Il vestitino di Alberto

Alberto lo vide per la prima volta in tv. Il caldo di luglio nella sua casa di spagna non lo distraeva, i bambini sanno reggere i peggiori sforzi, per il dispiacere delle mamme che li vorrebbero cagionevoli. Al giro di Francia c’era proprio uno spagnolo, cappellino bianco in testa e sguardo impenetrabile, che si arrampicava su con un vestito giallo addosso. Gli altri corridori erano di tutti i colori, un arcobaleno indistinguibile. Solo il giallo si riconosceva subito. Era il simbolo del primato, del più forte. Quello spagnolo lo portava addosso con eleganza, quella che il piccolo Alberto sognava di imitare, anche se non avesse mai fatto il corridore nella vita. Un bambino sa che tanto c’è sempre da correre, perché la crostata finisce subito e gli altri bambini non lasciano neanche le briciole. Continua a leggere

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La notte dei Bucciottini

Bucciottini con il capitano Paf

Una cavalcata epica fino all’epilogo trionfale, così si riassume la storia vissuta dai Bucciottini nell’edizione 2011 di Volley a Metano, prestigioso torneo internazionale di pallavolo organizzato dall’Avis Marsciano. Dopo le operazioni di mercato condotte dal tecnico Sciorti (acquistati due damiani, un presidente +marito match winner, un segnapunti dentone e un paio di palleggiatori culoculo, un libero alcolista, una banda che suona il rock), il team giunto lo scorso anno secondo è subito partito con un buon ruolo di marcia nel girone preliminare: primi classificati con solo un set perso.

Tutti sanno che il vero appuntamento è la finale, sebbene ci sono ancora da superare i giovanissimi Mini Metano Volley e, più difficile, i Fraiders detentori del titolo. La sfida questa volta è vittoriosa, i Bucciottini conquistano l’accesso alla finalissima, ad attenderli il Lemon’s Team, formazione più che agguerrita.

Domenica 17 luglio, le chiacchiere lasciano la scena al verdetto del campo. I Bucciottini partono come loro soli sanno fare: male. Di fronte hanno una squadra incazzata nera, tirano su tutti i palloni in difesa e colpiscono in attacco. Alcuni elementi dal collo taurino sono immarcabili e imprevedibili. Il primo set, tirato, finisce però in mano alla maggiore esperienza dei Bucciottini. Nel secondo e terzo set le parti si invertono. I Lemon mettono alle corde i Bucciottini, nessuna reazione per i piccoli seguaci del Bucciotto e la gara si mette male. Gli avversari attaccano tutto: palloni, arbitro, regole, rete, più le combinazioni di questi elementi presi due a due. Non hanno pace finché non si portano sul 2-1.

La gara sembra compromessa, ma i Bucciottini tirano fuori l’arma in più. Dalla panchina iniziano a salire i migliori cori da scuola elementare, i Lemon gettano la spugna e i Bucciottini dilagano. Come fu per il loro padre putativo, il grande Bucciottino, hanno coperto gli avversari con una gettata di cemento. 25-10 il parziale, il vento è cambiato. Tie-break in scioltezza, sul 14-6 c’è anche il tempo per il fair-play: un attacco fuori, fischione tremebondo, di un Lemon viene appena sfiorato a muro da un Bucciottino, l’arbitro non se n’è accorto e la festa è già partita. Proteste vibranti dei Lemon, l’arbitro rivede la sua decisione. Si ribatte, palla ai Bucciottini. Ricezione sbagliata dei Lemon, i Bucciottini possono rigiocare per mettere giù il punto dell’anno: la palla arriva nelle mani di colui che un tempo fu lo Zeman di Marsciano, fautore di un gioco d’attacco senza se e senza ma. Pallonetto, il muro dei Lemon tocca, ma la palla non tornerà mai più nel campo dei Bucciottini. E’ finita, campioni del mondo. Via alle danze, parte il Donca Giué con tanto di coreografia, per la gioia del pubblico. I Bucciottini non hanno rilasciato alcuna dichiarazione, si sono chiusi in seduta permamente insieme al loro capitano Paf. Solo a tarda notte hanno diramato un breve comunicato stampa:

Abbiamo spremuto uno stadio di limoni.

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Perugia Santana

Ogni anno ad aprile esce il cartellone di Umbria Jazz, e il primo sguardo va ovviamente ai nomi altisonanti. Per questo 2011, oltre alla rinconferma di Rockin Dopsie Jr., il nome che saltava all’occhio era quello di Carlos Santana. Dal programma si legge che farà un tributo ai classici del rock, quelli suonati nel suo ultimo album. Per paura di soldout, compro subito il biglietto insieme agli Outlet.

Il 12 luglio è il giorno più caldo del mondo, sudore a litri e afa senza respiro. Muniti di una cena comprata da Santino, varchiamo i cancelli di ingresso alle 19.30. C’è ancora poca gente, ma un signore che parla al telefono ci fa capire di essere nel posto giusto: “oh ma tu qui sona Santana, mica Marco Baldoni!

Prendiamo posto a sedere per terra, non siamo molto sotto al palco, nelle prime file scorgo Cocomero, noto rocker marscianese, con la maglia dei Clash. Consumiamo la nostra cena frugale a base di pizza unta nel mentre ci guardiamo intorno: ai lati dell’arena ci sono stand gastronomici di ogni tipo, dall’hot dog al ristorante di lusso con trio jazz ad allietare il pasto. In quell’area sono tutti vestiti bene, maniche lunghe, pantaloni lunghi e sudore in ogni angolo di contatto della pelle. Uno sponsor offre il caffè gratis, gli Outlet approfittano.

Santana umbria jazz perugia

Chissà come si rivedrà bene

Prima del concerto i soliti roadie si beccano un po’ di applausi mentre posizionano gli strumenti, ovazione quando entra la chitarra di Santana. Lui ancora non c’è, anche se il momento sta arrivando. Quando tutti i telefonini e i biscotti digitali sono in aria, si capisce che è arrivato Santana. Viene immortalato sfuocato e sbiadito, per la gioia di chi mostrerà agli amici una foto di frittata notturna, indicando un piccolo pezzo di tuorlo e dicendo “Vedi Santana?”

Santana umbria jazz perugia

Carlos visto da Berlenga7

Il palco è di dominio di questo tizio vestito di bianco, con i capelli da Santana, il cappello da Santana e i baffetti da Santana. Intorno a lui due percussionisti, un batterista, un bassista con il look anni 80 (come ogni bassista del mondo), una seconda chitarra che poi si rivelerà anche gran cantante esibendosi in Roxanne dei Police. Completano la band il tastierista e i fiati, oltre a due tamarri ispanico-bastioli che cantano.

Si parte subito forte, con Back in Black. Gli ispanici non hanno la voce degli Ac/Dc, ci pensa Santana a non far rimpiangere nulla.  Poi si passa ai classici di Santana, li fa più o meno tutti. Sul cartellone c’era scritto in modo generico: “Santana suona i classici del rock”. Era ovvio come la metà dei classici del rock fossero proprio canzoni di Santana.

Santana Umbria Jazz Perugia

Light and love

Con Black Magic Woman arrivano al culmine, la forza di questo pezzo è da lacrime. Ascoltandolo ho una voglia matta di ricominciare a giocare a Guitar Hero. Si continua con Oye Como Va, Maria Maria, Corazon Espinado, quindi un lungo discorso pacifista prima di Europa, canzone dedicata per l’occasione ad un parcheggio perugino. Santana cita le tre persone che secondo lui hanno cambiato il mondo: San Francesco d’Assisi, Madre Teresa di Calcutta e John Lennon di Liverpool.

Al posto della consueta pausa, necessaria per fare due ore e mezzo di concerto, ci sorbiamo un solo di batteria della moglie di Santana, una certa Cindy. Suona bene, ma non è Bonham. Scende la moglie dal palco, sbaciucchiando un po’ il marito, e si ricomincia. Il caldo comincia a diventare una morsa, si muove aria solo quando il resto del pubblico salta. Dio lo benedica.

Santana Umbria Jazz Perugia

L'anima sacrificata al rock

Una finta fine del concerto prima del bis, con Soul Sacrifice. Vibra tutto, percussioni, organo, batteria, gente, menti. Sul megaschermo le immagini di quando la suonavano a Woodstock. Una lunga maratona dal 69 ad oggi, in mezzo ci infilano di tutto, Police compresi. Siamo sudati, sfiancati e meravigliati. Quel baffetto visionario e tamarro ci ha fatto del male, facendoci capire che solo lui, e nessun altro, è Santana. Esco dall’arena in mezzo al fiume del pubblico, inebetito da questa verità. Sembra la fine, ma non è così: con una Black Magic Woman posso anche io cambiare il mondo.

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Un mondo per velocisti

oh mia bela cipollina

Dopo Bologna, andando verso Milano, si entra in un mondo in cui c’è solo pianura. Non si vede molto: intorno campi o palazzi, in alto foschia. La pianura è noia, non c’è salita e non c’è neanche discesa. Se tutta Italia fosse così, Cipollini avrebbe vinto cinque o sei Giri a mani basse. La pianura è un posto dove non si stacca nessuno, ma si parla solo del primo arrivato. Cipollini a Milano non stonerebbe di una virgola: alto, abbronzato, sempre elegante, capello lungo con colpi di sole. Per quelli come lui che sanno stare al mondo, la grande città di pianura non è una minaccia. Un pelato mingherlino, fulmine in salita e disgraziato in discesa, invece, morirebbe per overdose di pianura.

Arrivo nella città di Pisapia pieno dei soliti luoghi comuni su Milano: i ladri, la moda, il business. Ladri non ne ho visti, anche se ho pagato 70 centesimi per fare pipì. La moda dovrebbe esserci, probabilmente si tratta delle miriadi di signore e signorine vestite brilluccicanti, stilose, discrete ma con roba costosa addosso. Il business è ovunque. A Milano ognuno dà l’impressione di sapere in ogni momento cosa sta facendo e dove sta andando. Il fattorino pakistano in scooter ti guarda con l’espressione tipica milanese, quella traducibile in “non vedi che ho da fare?” Giacche e cravatte spuntano a vista d’occhio, le macchine passano suonando il clacson: devono esserci matrimoni tutti i giorni.

I tossici, a Milano, non chiedono l’elemosina. Stanno alle macchinette dove si fanno i biglietti del treno, ti accolgono e ti aiutano nel fare il biglietto per poi chiedere una piccola commissione. Efficienza, eroina, enterprise. In un posto così si perde il filo dei pensieri. Vedi di tutto ma ti riempi di dubbi.

Torno con il frecciarossa, l’orgoglio delle ferrovie italiche. Tra i passeggeri è un delirio di ipod, ipad, iphone, tutti sverniciati dal mio macbook pro. Sono (siamo) tutti belli, parlano tutti inglese con gli stranieri in difficoltà, hanno tutti li biglietto. Ripenso all’Italia che conosco, quella che vedo tutti i giorni.  Gente senza lavoro, senza futuro e con pochi soldi da spendere. Poi penso alla classe business, ai manager con i rayban e due blackberry. Qualcosa non torna. La bella italia del frecciarossa non può esistere se quella brutta dei regionali affollati non riesce a mantenerla.

Eppure va così, perché in pianura si viaggia tutti in gruppo:  si vede al massimo la bicicletta davanti, ma non chi sta in testa a fare l’andatura.

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Donca Giué

donca giué

Il ballo dell'estate 2011

Avevano promesso di spaccare il mondo, non ci sono andati molto lontani. Gli Outlet escono oggi con il loro primo singolo, già diventato un virus in giro per la rete. Il nome della band già mostra come, senza ombra di dubbio, siano loro il simbolo di questi anni duemila: la chiamano “musica da discount”, in tempi di crisi nera non può che essere la più popolare di tutte.

La ricetta Outlet di questo primo singolo è semplice ed efficace: parte da un successo di Cecchetto, anni ’80 per antonomasia, cita la Pfm e chiude a sorpresa con un’altra disco hit dei tempi che furono, Knocking on wood. Il leader degli Outlet usa poche parole nel parlare di questo primo lavoro: “volevamo arrivare ad essere più famosi dell’ipercoop, ci stiamo riuscendo.” Su cosa succederà dopo questo Donca Giué non è dato saperlo, gli Outlet non fanno trapelare nulla. Potrebbero andare tutti al mare a godersi i diritti d’autore, come potrebbe uscire un nuovo album con 42 canzoni da spiaggia. Non esistono notizie neanche a proposito del tour di concerti, voci di corridoio danno la sagra della Rucola come unica data italiana.

Ecco dunque il primo singolo degli Outlet, Donca Giué:

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