Il vestitino di Alberto

Alberto lo vide per la prima volta in tv. Il caldo di luglio nella sua casa di spagna non lo distraeva, i bambini sanno reggere i peggiori sforzi, per il dispiacere delle mamme che li vorrebbero cagionevoli. Al giro di Francia c’era proprio uno spagnolo, cappellino bianco in testa e sguardo impenetrabile, che si arrampicava su con un vestito giallo addosso. Gli altri corridori erano di tutti i colori, un arcobaleno indistinguibile. Solo il giallo si riconosceva subito. Era il simbolo del primato, del più forte. Quello spagnolo lo portava addosso con eleganza, quella che il piccolo Alberto sognava di imitare, anche se non avesse mai fatto il corridore nella vita. Un bambino sa che tanto c’è sempre da correre, perché la crostata finisce subito e gli altri bambini non lasciano neanche le briciole.

La bicicletta però sembrava fatta per lui. Le gambe di Alberto si allungavano insieme alla strada che faceva ogni giorno. Un traguardo dopo l’altro, tante piccole vittorie e un chiacchiericcio intorno che diventava piano piano un boato. Il ragazzo farà strada, dicevano tutti. Ha un altro passo, se non si brucia diventa un grande.

Arriva il giorno in cui il vestito giallo è lì con lui, a pochi passi. Alberto è in Francia, a correre insieme ai migliori del mondo. Ancora magro come quando la Francia la vedeva solo in tv. Arrivano le montagne, sembrano giganti, come giganti sono pure gli altri corridori. Piano piano però rimangono indietro, uno alla volta. Alberto è ancora lì, senza rendersi conto di stare dentro la sua televisione. Senza pensare troppo, Alberto scatta. Una volta, due, tre. Gli altri corridori soffrono come cani bastonati, non riescono ad andarlo a prendere. Sta volando all’arrivo, la folla già lo acclama. Pistolero lo chiamano. All’arrivo è in cima al mondo. Gli altri sono dietro.

Una volta partito, Alberto non si ferma più. Ogni corsa è la sua, sembra che non fatichi neanche. Indossa il vestito giallo del primato senza neanche farci caso. Era piccolo e nascosto, ora è grande e cattivo. Vince sempre lui, gli altri non lo sopportano più. Lo provocano, e lui ci casca. Pur di continuare a vincere, ne combina anche di brutte. Quello che pesta i bulletti del quartiere è comunque un violento, anche se loro sono bastardi e lui è il bambino più piccolo.

Gli altri sono tanti, e alla fine vincono. Alberto rimane indietro, cade, soffre. Ha ancora le gambe del pistolero, ma intorno a lui è pieno di coltelli. Il vestito giallo è lontano, ora non ce l’ha più e se ne accorge. Gli altri se lo sono ripreso, e non lo lasceranno facilmente. Alberto è ai piedi delle montagne, da solo. Quel vestito vuole riprenderlo, ma deve batterli tutti, uno dopo l’altro. Come quando li impallinò, in quel giorno di luglio. Quando saliva in mezzo alla folla e sentiva una specie di musica, c’era tutto il mondo a guardarlo mentre danzava sui pedali.

Alberto ha ritrovato quella musica. Gli altri l’avevano coperta con le chiacchiere, lui non ci aveva fatto caso. Le montagne sono ancora lì, come ogni anno. Non si spostano mai, non basta domarle una volta per spianarle. Una volta finita la discesa, si ricomincia daccapo. Gli altri sono sempre giganti, anche se si mascherano da gnomi. Alberto però non è più un bambino davanti alla tv. Stringe le scarpette e guarda in alto: lassù ci sono le montagne e il suo vestito giallo.

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