Speciale Tour de France

Il Tour è il Tour, e lo sanno tutti. Per provare a capire questa verità secolare, un buon metodo è quello di andarlo a vedere. Insieme a due componenti degli Outlet e ad un camper motorizzato Fiat Ducato (anno di grazia 1990), sono partito alla volta delle Alpi francesi.

Giorno 1 – I cento anni del Galibier

vista dal Galibier

Versione ufficiale – La tappa è di giovedì, si parte martedì sera. Fermata intermedia dai reduci di Casapiddu a Pisa e il mercoledì mattina via per la A12. Dopo duemila gallerie, Genova è alle spalle. A Torino fermata per gasolio e via su per la val di Susa, tra gli striscioni dei NoTav, quindi Monginevro e col du Lautaret, porta d’accesso all’ultima salita della 18esima tappa. In mezzo alla carovana di camper si rimedia un parcheggio lungo la strada, a quota 2000 metri sul livello del mare. La mattina seguente un fiume umano inizia a salire su verso l’arrivo: in bici o a piedi, vengono da tutto il mondo per vedere due minuti scarsi di spettacolo. Eccolo qua il mistero del Tour. Norvegesi, olandesi, francesi, tedeschi, australiani, inglesi, spagnoli, baschi (pochi a dire il vero): tutti in processione verso la strada dove passerà la carovana. Giorni di viaggio, ore di appostamento, per vedere passare duecento ciclisti affaticati. Neanche a starci dentro si può comprendere questo rito, eppure La tv dice che sul Galibier siamo un milione di persone, il colpo d’occhio in effetti è notevole, lungo strada migliaia di camper, a perdita d’occhio. Tende piantate lungo i prati, elicotteri che portano su i vip, c’è tutto il mondo quassù, fino ai 2600 metri del Col du Galibier. Si arriva qui per celebrare i cento anni dal primo passaggio del Tour su questa salita, leggendaria per chi era adolescente nel 1998, quando Pantani infiammò tutta Italia scattando sotto il diluvio e andandosi a prendere la maglia gialla in solitaria, piegando la resistenza del tedescone Jan Ullrich. Lo ricorda anche L’Equipe, l’equivalente della nostrana Gazzetta ma con meno pagine (e solo una dedicata al calciomercato): Il pleut au Galibier quando Marco Pantani s’en va sous un ciel de cendre (Pioveva al Galibier quando Marco Pantani se ne andava su un cielo di cenere). Più che un giornale sportivo, l’Equipe sembra un romanzo a puntate. La grandeur francese potrà pure infastidire, ma resistergli non si può. Al massimo si può fingere di odiarla.

Versione reale – Il camper motorizzato trattore ci porta, in due tappe, fino alle Alpi francesi. La radio del camper prende solo una stazione, e solo tra Carrara e La Spezia: una ascoltatrice al telefono cerca di giustificare l’amante del marito di Melania Rea, prendendosi gli insulti di Platinette. Al primo rifornimento ci accorgiamo che il camper consuma quanto una porsche, anche se guidarlo non ci dà lo stesso sex appeal. Per rifarci, pranziamo all’Apple Store di Torino, quindi il camper riparte verso la Val di Susa. I Notav ci individuano come dei favorevoli all’alta velocità, perché abbiamo chiesto di caricare il camper su un treno in modo da evitare la salita del Monginevro. Ci tocca invece tutta, velocità di crociera: 30 km/h. Passiamo il confine e cerchiamo una copertura per non sembrare italiani, i francesi potrebbero renderci la vita difficile. La troviamo facilmente, ci basta dire di abitare vicino Bastia (località della Corsica). Arriviamo a destinazione, Col du Lautaret, domani c’è la tappa con l’arrivo al Galibier e da qui si sale a piedi. La strada è stracolma, si viaggia a passo d’uomo. Parcheggiamo sulla banchina, dalla parte opposta del dirupo, dove piazzano la tenda due francesi. Il fondo è sassoso, hanno un materassino di quelli con cui si fanno gli addominali. Scende la notte,

Andy Schleck in fuga

temperatura esterna 5 gradi, dentro il camper accendiamo la stufa. Ci svegliamo tremanti dal freddo, mentre i francesi in tenda sui sassi a bordo strada si svegliano sorridenti e preparano il caffè. La tappa arriva alle 5, per riempire il tempo ci stendiamo su un

prato da cui si vede tutta la strada del Lautaret, due ghiacciai, le alpi italiane e il colle di Brufa. Tira il vento e ci costringe a coprirci col plaid, a dispetto dei nordeuropei in t-shirt, e della norvegese scalza e col top aderente, stiamo morendo di freddo. Finalmente arriva Andy Schleck, dopo tre minuti i suoi avversari. E’ partito sull’Izoard con una cavalcata epica, si prende la tappa, ma per quindici secondi il modesto Voeckler, francese, tiene la maglia gialla. Il giorno dopo la prima pagina de L’Equipe non è per la cavalcata di Andy ma per i quindici secondi di Voeckler. Schleck, umiliato, scappa via dall’albergo e ce lo ritroviamo a dormire nel camper. Parla solo lussemburghese, o un qualche dialetto belga. Noi siamo di vicino Bastia e non capiamo nulla del suo idioma.

Giorno 2 – L’Alpe d’Huez

Versione ufficiale – L’Alpe d’Huez è uno dei traguardi più ambiti del Tour de France. Sale dagli 800 metri di Bourg d’Oisans fino ai 1800 del traguardo. Non ha particolari caratteristiche di paesaggio, né pendenze fuori norma. Però non molla un metro, sale al 10% quasi fisso, unico sollievo i 21 tornanti di cui si compone, entrati ormai nella storia del Tour. Il primo a vincere qui fu Fausto Coppi, ma è negli anni novanta che gli italiani hanno fatto fortuna quassù. All’Alpe d’Huez vinsero Bugno, Conti, Pantani (due volte), Guerini. Saliamo da Bourg d’Oisans e c’è come al solito un fiume di gente. A partire dal primo km è una processione di tifosi, famiglie, matti, maschere, più la gendarmerie a controllare le intemperanze. Sembra di essere ad una festa di quelle fatte quasi in sordina ma a cui, inspiegabilmente, ci si trovano tutti. Vince il francese Rolland, per l’estasi dei tifosi transalpini. Per tutta la strada si sente cantare “Allez la france!”, Contador è stato protagonista di giornata ma non ha concluso molto con i suoi attacchi. Il suo Tour era perso da un pezzo, mentre Schleck conquista la maglia gialla, ed ha quasi un minuto di vantaggio su Evans.

In attesa sull'Alpe d'Huez

Versione reale – A Bourg d’Oisans non c’è parcheggio neanche a pagarlo, dobbiamo arrangiarci sull’argine di un fiume vicino ad una serie sterminata di crucchi e olandesi. La mattina gli olandesi si svegliano e pompano subito un po’ di hip hop con un impianto stereo da tamarri, prima di salire all’Alpe cerchiamo un posto per scaricare le acque nere del camper. Sistemata la logistica si parte. E’ già arrivata la carovana pubblicitaria, tante macchine e carri allegorici con i marchi degli sponsor del tour. Passano veloci e tirano gadget lungo la strada, metà della gente si scanna per raccoglierli, l’altra metà viene uccisa perché colpita dai gadget lanciati a 80 km/h. Arriviamo al secondo tornante, a oltre 10 km dall’arrivo. Ci stabiliamo lì perché ci sono due camper tedeschi con la tv per seguire la tappa, oltre a molte ragazze olandesi, scalze come da etichetta. Prima della corsa passa un dandy in costume da bagno e rayban. Arriva Rolland, quindi Contador e a seguire Schleck. Finita la tappa, Andy torna ancora nel nostro camper. Ha la maglia gialla, ma non è ancora contento. Vorrebbe tornare a casa prima possibile. Con il giovane campione dentro il camper, andiamo a scaricare le acque nere presso l’area di servizio attrezzata, a fianco di un distributore. Purtroppo, per un problema di grate piccole, tutte le nostre evacuazioni rimangono sul parcheggio del distributore. Ce ne andiamo tra le urla di disgusto dei francesi, destinazione Grenoble: domani c’è la cronometro.

Giorno 3 – La crono finale

Versione ufficiale – La cronometro è una specialità noiosa e interessante allo stesso tempo. Noiosa perché lo spettacolo non c’è,

La maglia gialla

si guarda un corridore tenendo gli occhi attaccati all’orologio per capire se sta andando forte o piano. Interessante perché per un corridore è uno sforzo massacrante a livello psicologico, correre solo contro i propri limiti. Grenoble è sede di partenza e arrivo, tutto si svolge in periferia. E’ una città con pochi abitanti ma grandi superfici, ottimi trasporti pubblici e tanta tranquillità. L’arrivo del Tour non scuote nemmeno troppo i ritmi degli abitanti, nonostante la carovana infinita di biciclette e camper scesa giù dalle montagne. La gara si segue meglio dal megaschermo posto all’arrivo, la gente dopo aver tifato fino al giorno prima per il tandem Voeckler in giallo – Andy Schlek scalatore perdente, pare essersi affezionata a Cadel Evans, sfidante di giornata per la maglia gialla. Quando la conquista virtualmente, a più di 20 km dall’arrivo, scoppia il boato. Schleck perde miseramente, al termine di una prestazione sotto tono. Manca solo la passerella sui campi elisi, quindi potranno partire i festeggiamenti in Australia: in occasione della vittoria di Evans, il governo ha stabilito un giorno di festa.

Versione reale – Grenoble non è come i paesini di montagna, qui c’è civiltà. Non possiamo parcheggiare dove vogliamo o fare pipì per strada, questo ci limita nella nostra libertà. Ci fermiamo al villaggio olimpico, stupendoci perché non è una carcassa abbandonata come quella di Torino 2006. Il bello è che a Grenoble le olimpiadi c’erano nel 1968. Seguire la crono è un’impresa, strade piene e non si riesce ad arrivare alle transenne. I corridori passano come missili, per fortuna finisce tutto presto e possiamo pensare alla cena. Andiamo in centro città, bel posto, ordinato, tenuto bene anche senza grandi esemplari architettonici da ammirare. Appena mangiato ce ne andiamo via subito da Grenoble, troppi pochi selvaggi per poterci mescolare alla gente. Finisce qui la nostra avventura al Tour de France, dopo tre tappe e tanti km a piedi macinati. Torniamo verso l’Italia scaricando le acque nere al solito distributore, Andy Schleck dopo aver perso il Tour si è piazzato dentro al nostro camper e non c’è stato verso di tirarlo fuori. Ora lavora in comune, pota le piante vestito di arancione.

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