39×19

in salita non ti puoi nascondere

In salita non ti puoi nascondere. Il motto di un certo Eddy Merckx, il Cannibale, forse non il più forte di sempre, ma di sicuro il più incazzato. Perché quando la strada si impenna, quando la cima ancora non si vede, sei solo tu e il tuo cuore che balla la samba; la prima sfida da vincere è quella con te stesso, contro quell’anima che si riflette sull’asfalto verticale che hai di fronte. La salita ha due facce, la salita può essere amore o dolore. E’ dolorosa quando sei a tutta ma la gamba non gira, il gruppo si allontana sempre di più e non ci sarà gloria ad asciugare il tuo sudore. Ma salire può anche essere emozionante, una fuga a due inerpicandosi su per i tornanti, in vantaggio sul mondo metro dopo metro. L’amore comincia sempre così, quando due sconosciuti prendono il coraggio a due mani e la bici per i corni, e via scatto dopo scatto a tutta birra, senza pensare al caldo che verrà, ai chilometri che mancano al traguardo, al gruppo che può andare a prenderli nel tempo di una pernacchia. Una lunga salita richiede quella forza speciale che solo gli innamorati possono avere, ci vuole il ritmo giusto, quello che ti permette di staccare tutto e tutti.

Forza che andiamo, via che si vince!— Tappone alpino, di quelli che a vincerli si entra nella leggenda, il solleone fa da contorno ad una carovana che non sembra aver molta voglia di lottare, troppo lontano il traguardo e dopo un’erta interminabile. La proposta di Escartin, folle, è rivolta ad un compagno di quelli buoni, anche se titubante. Ci vuole coraggio per tentare certe magie, e trovarlo può essere questione di minuti, o di anni. Ma Escartin sapeva di andare a botta quasi sicura, quello là era uno che quando c’era da far saltare il banco partiva in quarta, senza pensare a niente, testa bassa e pedalare. Pochi km e il gruppo già non si vede più, tra lo stupore e il biasimo per quell’azione da tutti battezzata come fuoco di paglia. E invece i due prendevano vantaggio, partendo regolari, studiandosi a vicenda per capire chi era il compagno. Una fuga a due è un rischio nel rischio, partire insieme ad uno poco affidabile poteva significare farsi fregare sulla linea del traguardo, dopo che il balordo ti aveva lasciato credere di essere stanco morto. Passavano i minuti e l’affiatamento saliva, ormai la strada di fondovalle stava terminando, le nuvole iniziavano a scoprire l’ultima salita, arrivare lì da soli significava scrivere la storia, dalla vetta in poi c’era solo discesa fino all’arrivo. Eccolo il vero scoglio da superare, inizia la salita, primi tornanti ancora in mezzo al bosco fitto e già a corto di fiato i due fuggitivi si scambiano uno sguardo d’assenso: “siìbello, ci siamo, io sto bene e oggi spacchiamo il mondo come un melone”. Il passo è quello buono, la gamba quella dei giorni migliori, si diradano gli alberi e le vette alpine si mostrano nella loro bellezza. C’è di che riempire il cuore con quello spettacolo, stai scalando l’Olimpo, stai per piegare il mondo al roteare dei tuoi pedali, non c’è n’è più per nessuno, cazzo se questo non è amore allora cos’è? L’equilibrio che fa di un corridore il più forte di tutti è un qualcosa di estremamente fragile. Basta un niente per perdere quei dieci metri che ti relegano nel dimenticatoio dei secondi arrivati. Un sassolino, una foratura o una crisi di fame e addio sogni. Quando parti fai finta di non pensarci, sai che fare una fine simile è più che probabile, ma se non rischi lassù non ci arrivi di sicuro.

Erano quasi in cima i due quando Escartin decide che a vincere vuole provarci da solo, il compagno d’avventura andava staccato tanto più che la sua espressione non era più quella di prima, la stanchezza gli si leggeva in volto. Dopo una lunga cavalcata a due, vedersi distanziare quando ormai sembrava fatta è una delle crudeltà che rende il ciclismo bello e dannato. Dal primo momento in cui poggi il culo sulla sella sai già che al primo attimo di difficoltà nessuno aspetterà neanche un secondo per tentare di lasciarti indietro. Ciò che ti rimette in bici ogni volta, dopo ogni legnata, si chiama amore. Una salita non è mai l’ultima, finché hai fiato e voglia di lottare avrai sempre l’occasione per ripartire, tentare un altro scatto e goderti quei momenti di estasi: mai mollare, prima o poi arriverà anche la tua vittoria. E allora via, domani si riparte, coltello in mezzo ai denti e cuore in gola, come insegnava il Cannibale.

2 commenti

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2 risposte a “39×19

  1. gisgaard

    la mia più grossa emozione sportiva,in sintesi,

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