Ania la rossa

Anastasia felice todi

Rossa, fatale, pienotta. Ania era una donna senza mezze misure, dallo stile inconfondibile. Figlia della borghesia storica, era stata educata per essere, in ogni momento, la donna più desiderata della città. Non aveva bisogno di lavorare, si manteneva rivendendo i regali che i corteggiatori le facevano arrivare ogni giorno. Gioielli, vestiti, viaggi: accettava tutto, tranne il mittente. Solo le le rose non amava, perché non poteva rivenderle; poi conobbe un bengalese e lo convinse che per poterla amare doveva prima vendere tutte le rose del mondo ai passanti.

Di uomini intorno ad Ania ce n’erano a bizzeffe. Damerini, dandy, popolani, voleva conoscerli tutti, anche se poi finiva sempre allo stesso modo. Li scartava. Non erano alla sua altezza. Troppo basso, troppo piatto, troppo noioso. La maggior parte di loro neanche veniva degnata di un saluto, quando si presentavano Ania gli rideva in faccia. In pochi riuscivano a parlarci. Le storie di alcuni di questi meritano di essere raccontate.

Adalberto vide per la prima volta Ania mentre passeggiava in un vicolo stretto. Lui camminava a testa a bassa e se la ritrovò davanti, siccome i fianchi di Ania erano più che generosi, il vicolo non bastava per far passare entrambi. Per continuare la sua strada, Adalberto non trovò altro modo che scavalcarla. Mise le mani sulle sue spalle, un balzo ed era dall’altra parte, pronto per continuare. Ma non andò molto avanti, si girò, la guardò allontanarsi e capì subito. Fu amore al primo salto. Lei si accorse di essere osservata, e si girò, con un piccolo sorriso in faccia. Accelerò il passo, Adalberto però stava già dietro di lei. Si guardarono e scoprirono di piacersi. Poi lei guardò le scarpe di Adalberto e vide che indossava calzini di spugna. Con una mossa di anca lo rimandò da dove era venuto.

Guidobaldo era lo scapolo più richiesto della città. Non mancava a nessuna serata mondana, e fu in una di queste che conobbe Ania. In un momento di pausa tra un ballo e l’altro, passeggiando lungo un corridoio, il ragazzo vide la bella rossa seduta su una poltrona. Lei rimase colpita dalla bellezza di lui, quasi stregata, ma non si alzò dalla poltrona perché era incastrata. Guidobaldo, cuore impavido, con un ombrello fece leva e in un attimo Ania balzò di fronte a lui. I loro sguardi si attrassero senza riuscire a perdere quella forza magnetica che li teneva insieme. Non dissero neanche una parola, soltanto si avvicinarono sempre di più. Un respiro profondo, gli occhi chiusi, poi però qualcosa andò storto. Ania, abbracciando Guidobaldo, scoprì che aveva una camicia di lino. Un poveraccio insomma. Lo guardò con disprezzo e non lo rivide mai più.

Artemide lavorava nel negozio di stoffe e vestiti che un giorno sarebbe stato suo. Suo padre era il più grande commerciante del borgo, in anni di sudato lavoro aveva accumulato un patrimonio oltremisura. Il figlio aveva un futuro roseo di fronte, fatto di agi e benessere. Non aveva un aspetto bellissimo, ma era molto curato e comunque piacevole alla presenza. Un giorno nel suo negozio entrò Ania, quel giorno la vita di Artemide cambiò. Si innamorò di lei mentre le prendeva le misure per un vestito, il primo di una lunga serie che gli avrebbe regalato. La scintilla scoppiò quando fu costretto ad aggiuntare il metro per misurare la circonferenza fianchi. Iniziò da lì una rincorsa lunga e travagliata, fatta di notti insonni, dichiarazioni d’amore sotto casa suonate dalle migliori orchestre del paese, regali faraonici. Dopo un anno di sorrisi abbozzati, Ania si decise ad aprire la porta ad Artemide. Lui, al settimo cielo, salì le quattro rampe di scale con tre balzi. Ania lo aspettava in camera, spiaggiata sul letto più grande. Artemide si tuffò sopra la sua amata, ma proprio mentre atterrava, bussò alla porta l’ufficiale giudiziario. Un anno di regali senza freni aveva dissanguato il patrimonio di Artemide, bancarotta e sequestro degli ultimi beni. Ania saltò sul letto e con il contraccolpo fece volare via Artemide, buttandolo dalla finestra.

Dopo qualche anno, d’un tratto, la selezione di Ania terminò. Rifiutò centinaia e centinaia di uomini, quindi ritenne di averne scartato il numero giusto ed iniziò un’altra vita. Da allora qualsiasi essere vivente bussasse alla porta di Ania, aveva via libera. Di ogni tipo, di ogni razza, colore, religione, censo, statura. Si concedeva a tutti, nei modi più impossibili. Ania era Felice così: vedeva un uomo al mattino, uno al pomeriggio e uno alla sera,  e andò avanti fino alla fine dei suoi giorni. Sulla sua tomba fece scrivere:

“Di questo porco mondo una volta scartati gli zoccoli non si butta via nulla.”

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