Le ricette di Oliva

Oliva viene da Avellino, o meglio veniva. Ogni anno lo incontriamo in fiera a Torino e ogni anno ci dice che ha chiamato per gli auguri, “ma non rischponde mai nessuno! il telefono schquilla, schquilla..” Dopo un’operazione il dottore gli ha tolto anche il latte intero, e ora gli tocca di bere “na schkifezza”, il latte parzialmente scremato. Vive in piemonte da trent’anni,emigrato qui per lavorare in fabbrica. Prima della città dei gobbi, stava in brasile. Nel 1953 è partito dalla Campania per andare a cercare lavoro in sudamerica. Chissà come era il brasile nel 1953, ma soprattutto chissà com’era l’Italia. La fame spinse gli italiani di allora ovunque, tutto piuttosto di uscire dalla miseria. Oliva aveva la stessa paura del futuro che abbiamo noi, con la differenza che la miseria l’ha vista in faccia. Per scacciarla si è chiuso in fabbrica, 8 ore al giorno. Ora è un pensionato con tanto di nipotino, la sua vita è laggiù al nord, lontano dalla sua terra abbandonata sessanta anni fa, di cui è rimasto solo l’accento. Sorride sempre, chiacchiera senza fermarsi e racconta sempre le stesse storie. Ce l’ha a morte con Ciampi, nemico pubblico numero uno, con le banche, con i politici. Ogni anno regala il nocino fatto da lui, raccontandoci come si fa. Anche questa è ogni volta la stessa, almeno all’inizio, poi alla fine diverge verso scenari improbabili.

(da leggersi con accento campano)

Per fare il nocino bisogna rubare 19 noci la vigilia di san Giovanni, che io quescht’anno a momenti mi arreschtano. Devono essere verdi e piccole, poi vanno rotte in quattro parti e messe in un litro di alcol puro. Quindi si prendono chiodi di garofano, cannella, scorze di limone, tuorli d’uovo, carote tritate, cipolla, pancetta a dadini, dieci piastrini con bulloni e carta vetrata a brandelli. Si aggiungono la mattina dopo e poi si aschpetta la prima notte di luna piena per aprire e filtrare tutto. Ci vogliono altri 21 chicchi di caffè, ma non macinati, perché quello macinato pure se lo filtri col velo da sposa fa il fondo. Quindi si prende zucchero, acqua calda, mezzo strudel e due canederli, si tritano insieme alle noci con l’alcol e si portano a benedire. Ora mi raccomando, non rompete la bottiglia, mettetela via. Poi a casa ve lo prendete col caffè, o per digerire.

Il nocino di Oliva ci proviamo ogni anno ad assaggiarlo, ma sa sempre di benzina. Possiamo farci una molotov, da lanciare contro il sistema, mentre dal signor Oliva possiamo imparare qualcosa. Magari non come si fa il nocino, ma come tirare avanti per sessanta anni in un paese miserabile, quello sì.

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Archiviato in biografologia, salami in vetrina

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