La deposizione del comandante

Il comandante Schettino

Ho sempre cercato di vivere una vita tranquilla, già da quando, giovane, progettavo il mio futuro. Mio padre mi aveva trovato un posto da impiegato in regione, buono stipendio, responsabilità importanti. Stavo per accettare, ma l’incoscienza della gioventù mi portò ad impuntarmi: io volevo l’avventura. Tranquilla, ma pur sempre avventura. Papà era un uomo magnanimo e in quota socialista, riuscì a farmi diventare un comandante di navi. In fondo il mare mi piaceva, andavamo ogni domenica nella nostra casetta in spiaggia a Castelvolturno. Cominciò così la mia carriera, quella che ho dovuto interrompere qualche giorno fa.

Lavoro su navi da crociera da oltre dieci anni, ancora ricordo la prima volta che presi il comando. Mi presentai all’equipaggio e mi feci spiegare in breve il funzionamento. La strumentazione di bordo era molto sofisticata, ma grazie all’elettronica bastava premere un paio di pulsanti e tutti i sottoufficiali mandavano avanti quel colosso da soli. Imparai in mezza giornata ed andai al bar. Non so neanche quale bar, ce n’erano decine. Gli ospiti a bordo mangiavano e bevevano ventiquattro ore su ventiquattro, c’era una allegria che sulla terraferma non avevo mai trovato. Ci stavo davvero bene.

In questa ultima crociera le cose sono andate allo stesso modo di tutte le altre, perlomeno all’inizio. Dopo aver salutato gli ospiti e inserito i piloti automatici, andai al solito bar. L’orchestra aveva appena finito di suonare e presi un cocktail insieme al cantante. Era un giovane ragazzo di Milano, studiava economia e cantava nelle crociere per pagarsi gli studi. Aveva grandi ambizioni, voleva farsi da solo e mi parlava di case, televisioni, squadre di calcio. Mi sembrava qualcosa di già sentito, ma non ricordavo bene. Poi passò una biondona maggiorata e il cantante sparì dietro di lei, sbavando e sorridendo. Fu allora che capii tutto e presi la decisione.

Eravamo in prossimità dell’isola del Giglio, come in ogni viaggio la nave si sarebbe avvicinata verso la costa per salutare gli abitanti con il suono della sirena. Andai in sala comandi, mi feci indicare dagli ufficiali il timone, lo presi e puntai la prua verso l’isola. Ci stavamo avvicinando sempre di più e alla fine prendemmo uno scoglio. Mi ricordavo di un film che piaceva molto a mia figlia in cui si vedeva un transatlantico affondato dopo aver sbattuto con un iceberg, perciò ero sicuro che la mia mossa fosse giusta. Iniziammo infatti ad imbarcare acqua e la nave cominciò ad inabissarsi lentamente. Siccome eravamo vicini alla costa, non è colata a picco. Nel frattempo presi una scialuppa e mi avviai verso la riva, con il comandante della capitaneria di porto che mi chiamava ogni due minuti. Quanti morti, quanti feriti, risalga sulla nave. Era una furia. Appena tocco terra i carabinieri mi portano dritto in carcere, senza neanche passare dal via. Sono tre giorni che non si parla d’altro, i giornali non mi danno pace, sono descritto come un vigliacco, bastardo, traditore, infame.

Io però non capisco, Vostro Onore. Avevo a bordo un giovane cantante che aspirava a fare il palazzinaro prima, l’editore poi e il premier alla fine. Cosa avrebbe fatto lei? Io non c’ho pensato un secondo, ho affondato la nave. Se ci scappa qualche morto, pazienza. Lo avesse fatto anche il capitano della nave su cui cantava Berlusconi 50 anni fa, ora sarebbe osannato come un eroe. A me invece sono toccati carcere e infamia. Ho lasciato persone a bordo? Sì, può darsi. Ma lei, Vostro Onore, lei non avrebbe avuto fretta di tornare in un paese senza più la minaccia di un premier operaio?

Ho vissuto tutta la vita a farmi gli affari miei, al bar della nave, o a quello del porto, o a casa mia. Per una volta, una, che mi sono impegnato per il bene del paese, ecco dove sono finito. Non c’è proprio giustizia a questo mondo, Vostro Onore.

3 commenti

Archiviato in argite, il gatto Silvio, io me piasse ncolpo

3 risposte a “La deposizione del comandante

  1. tafazzi

    Il problema è proprio quello… non c’era manco silvione a bordo…

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