C’è grossa crisi

Il piccolo Filippo

Il compito più difficile è quello di parlare di Inter, adesso, senza usare mai la parola triplete. Un esercizio che vale la pena di fare.

Le creste dei tifosi salgono su seguendo un andamento ciclico, con frequenza maggiore se si parla di gobbi o bilanisti. Ora, come qualche anno fa, tocca a loro. La juventus e il milan si contendono lo scudetto, in più per una delle due c’è anche un quarto di finale di Champions League da giocare. Le rispettive tifoserie sono gasate e cariche, spesso e volentieri contro la squadra del ciclo precedente, in questo caso l’Inter. 

La crisi dell’Inter durerà parecchio, inutile nascondersi. Ci sono voluti quaranta anni per vincere una coppa dei campioni, non basterà certo prendere un Guardiola qualsiasi per risalire, sempre se avrà il coraggio di lasciare Messi e passare a Coutinho. I più che strillano, ora come ora, sono i gobbi. Dopo la gogna della serie B ed anni di campionati mediocri sembrano tornati i tempi d’oro. Non contenti, alzano la voce urlando di rivolere gli scudetti vinti da Moggi, si incazzano per le prescrizioni e negano qualsiasi implicazione nelle loro, di prescrizioni. Hanno l’argento vivo addosso, sempre che qualche Guariniello non dimostri di nuovo che non è solo argento ma c’è anche l’additivo chimico. Se tra un paio di anni Marchisio sarà pelato come Conte e armadietto come Del Piero, gli indizi per una nuova indagine ci saranno tutti. I bilanisti sono più tranquilli, ancora pesa la sberla del derby. O forse si sono resi conto che una delle più grandi squadre degli ultimi trenta anni, dagli olandesi e il romagnolo panchina fino a Capello e via dicendo, non sarebbe mai esistita se un megalomane non avesse deciso di tentare la scalata al governo del paese, partendo, chissà come mai, proprio dal calcio. In realtà tutto questo è improbabile, richiede una coscienza troppo razionale. Al bilanista va comunque dato atto di essere più pragmatico nelle esternazioni: in assenza di risultati concreti, sta nel suo cantuccio.

L’Inter non c’è più, non ha più nulla del carattere mostrato due anni fa. Gli interisti rimarrano sobri per molto tempo, quello necessario per ritrovare il mix vincente tra giocatori, tecnico, squadra di ladroni confinata in B, finale di champions vinta senza 30 morti dentro lo stadio, profezie dei Maya e battito d’ali di farfalla in Brasile. La superiorità degli interisti, però, rimane assodata: il bambino Filippo, a soli 9 anni, non ha avuto dubbi nel rispondere:  “non cambio squadra, semmai cambio scuola.” Perché amore significa non dover mai dire “èuncomplottodimorattirivoglioloscudettonoisiamosporchimaanchevoiuguale”.

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