Archivi del mese: marzo 2012

Il filtro “sticazzi”

Cosa fa un passero da 30kg su twitter?

In rete spopola il dibattito “twitter sì, twitter no, twitter ma”, promosso da non si sa chi nella notte dei tempi e infiammato da Michele Serra qualche giorno fa. Il giornalista ha espresso dubbi su quanto sia davvero meglio la sintesi dei 140 maledetti caratteri, e lo ha fatto con un giochino semplice: usando appunto un massimo di 140 caratteri. La tesi di Serra è: per dire che twitter non mi piace, avendo a disposizione pochissimo spazio, devo scrivere “twitter fa schifo”. Se avessi più spazio, potrei argomentare. Inappellabile. La rete di twitter, però, si è infuriata, scatenando un putiferio di tweet contro Serra. Ora Giuseppe Smorto, altro giornalista di Repubblica, è tornato sull’argomento, in modo più semplice e quindi comprensibile anche al radical chic, ovvero l’utente medio di twitter. Smorto non emette sentenze, ma fa solo notare come anche gli utenti “migliori”, quelli che hanno davvero qualcosa da dire, si perdono spesso e volentieri in fuffa personalistica. La conclusione di Smorto è: twitter è interessante, ma il caro e vecchio giornale lo è di più, perché non avendo spazio infinito, bisogna fare una selezione.

Sto andando qui, sto mangiando là, grande serata al Billo disco club…

Oggi anche Arianna Ciccone, ancora su Repubblica, torna sul problema. (ndr: mi scuso per il citare solo giornalisti di Repubblica) L’omonima di Madonna prende le difese del social network, perché siamo ciò che twittiamo. Se un utente diventa noioso, basta un defollow. Molto meglio dei  giornali, dove c’è una gerarchia, il web è libero e infinito, c’è posto per tutti.

Il dibattito sta andando avanti, ma gli schieramenti sembrano fatti: ci sono i pro fuffa e gli anti fuffa. Ognuno con le sue ragioni. Una domandina che andrebbe fatta ai pro, Ciccone in testa, riguarda il numero di follower che avrebbe se invece di scrivere su Repubblica scrivesse sul Corriere del Tiferno – edizione Solfagnano-Parlesca. Il giornale sarà pure brutto e gerarchico, ma porta pagnotta e follower, cosa ancora non garantita da alcun social network, a meno di non diffondere contenuti porno ed iniziare a fare le escort.

Sia chiaro: twitter è un posto in cui non esisti se non hai nulla di interessante da dire. Su facebook la tua amicizia viene accettata comunque, ci sono di mezzo dei veri rapporti sociali. Ma guarda quello stronzo di Mario che non m’accetta l’amicizia.  Ma la fuffa è sempre in agguato, anche se non c’è la possibilità di fare album di foto o giocare a castleville: la scienza è chiara in questo, dove c’è un essere umano ci sono acqua,  carbonio e fuffa. Se gli esseri umani sono due, maschio e femmina, c’è anche un venditore di rose. Se il sistema aumenta, c’è bisogno di un social network.

Nota a margine: l’intelligenza artificiale spazzerà via tutti questi dibattiti, un giorno le macchine riusciranno a replicare il complicato meccanismo denominato “filtro sticazzi” che ognuno di noi ha nel cervello.

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Ti amo terrone

Tacchinardi, ex centrocampista della juventus

Ci si ritrova, volenti o nolenti, a parlare di Inter. Più che le circostanze recenti, lo impone il regolamento non scritto dell’universo pallone: “finché c’ho fiato chiacchiero.” La vecchia gobba signora sta tornando sugli scudi, con molta probabilità vincerà anche un titulo: se non sarà quest’anno, di sicuro il prossimo. Guidati dal presidente monopecciola, ultimo erede della dinastia degli agnelli (a proposito, buona pasqua), sfogano il rancore accumulato in anni di umiliazione e disincanto, dopo che tutta italia, guardando dal buco della serratura, scoprì il trucco che c’era dietro a quel gran testone di Zidane. Il pallone, però, è religione, perciò ognuno dice la sua e nessuno ha torto. Ecco perché tutto questo sembra assurdo, ma in fondo non lo è.

 La juventus è il ragazzo terroncello, educato in superficie e con una cultura che arriva alle citazioni di Coelho imparate nei momenti di nostalgia, che sta con la biondina carina e intelligente. Ci si può interrogare una vita sul perché, ma Bob Dylan prima di tutti arrivò a capire che tutto soffia nel vento. Il terroncello vince, e basta. Se poi, tra dieci anni, la biondina leggendo gli sms di nascosto scoprirà i tre figli che lui aveva con la commessa di Zara, ci sarà una frase di Coelho in grado di giustificarlo. Perciò sì, ha ingravidato quella stronzetta riccia che consiglia sempre una taglia in più alle clienti, facendole sentire grasse: sembra davvero imperdonabile. Non c’è motivo logico al mondo per cui qualcuno, con una massa cerebrale nella norma, possa preferire il pelosone in canottiera. Ma all’amore non si comanda, e alle leggi dell’universo neanche. Io chiacchiero finché c’ho fiato e la biondina se la accatta ‘u terroncello. Questa è la regola.

Nota antirazzista: si può essere terroncelli anche essendo nati a Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze,Pisa e, ovviamente, Ammeto.

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Il governo dei Professori

La nostra storia repubblicana vive un momento in apparenza curioso: quello che chiamano il governo “dei Professori”, lavora indisturbato e con il rispetto di tutte le parti politiche, è in carica da mesi senza tentennamenti. Una maggioranza silenziosa e mai così larga. Le riforme che nessun governo è mai riuscito a fare, i Professori le stanno facendo in un batter di ciglia. La singolarità di questa situazione è, per l’appunto, solo superficiale. In realtà, tutti lo sappiamo, il governo dei professori è quanto di più normale esista al mondo.

Lo abbiamo vissuto e supportato tutti un governo così, ognuno di noi nell’età compresa tra gli 11 e i 19 anni. Siamo stati anche noi parte di una maggioranza silenziosa. I nostri vecchi, a volte somiglianti alla Merkel e Sarkozy, ci indottrinarono al rispetto del professore, entità suprema,laureata e con il potere del registro. Il professore avrebbe deciso di noi e del nostro futuro, dovevamo alzarci in piedi quando entrava e quando usciva. Negli anni sotto al governo dei professori, in molti abbiamo pensato che in effetti, nonostante la loro laurea, forse esistevano vie più intelligenti per fare quel mestiere. Poteva esserci qualcosa di meglio, tanto per dire, di una professoressa di Ragioneria che raccontava dei suoi sughi e che ammorbava la classe con una litania di voci di bilancio. Sarebbero potuti esistere modi diversi di insegnare il diritto che non leggere il libro ad alta voce in classe. E magari tirare il compasso agli alunni non era l’unico metodo per insegnare l’educazione tecnica.

L’impeto democratico, infatti, prima o poi veniva fuori. Prendeva il nome di “autogestione” o “occupazione”. Consisteva nel prendere il comando della situazione, potere al popolo. Via i professori e gli studenti più anziani gestivano tutto. Facevano lezione ai più piccoli, anche se non proprio su discipline importanti. Di solito si giocava a carte, mentre i novelli insegnanti rivoluzionari badavano soprattutto alle ragazzine delle classe. In caso di occupazione il parlamento rimaneva disponibile anche di notte, così da badare ancora meglio alle ragazzine di cui sopra, volendo se ne potevano anche introdurre di nuove.

Tutti sappiamo, avendolo vissuto in prima persona, quanto sia fuori dal mondo il governo dei professori.  Erano iniqui, impreparati, raccomandati, svogliati. Non sapevano nulla di noi, e se lo sapevano non gliene poteva importare di meno. Tutti avremmo potuto fare meglio di quegli impettiti figuri sparati su una cattedra, davanti ai nostri occhi, tutte le mattine. Eppure, pur essendo in grado, non ci siamo riusciti. Quando, riunendo tutte le forze in una furia rivoluzionaria, ci abbiamo provato, tempo una settimana e siamo finiti a guardare solo i culi delle giovani. Non è il governo dei professori ad essere anomalo, semmai lo è la nostra storia politica. La gente normale sa, dall’esperienza di adolescente, che con la democrazia basta una settimana per finire nel berlusconismo. Solo in Parlamento sono riusciti a fare sessanta anni di occupazione e solo sei mesi di scuola.

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Sparagli Piero, sparagli ora

Una facinorosa vecchietta

La vita di Piero è sempre stata regolare, lavoro, casa, dormire, e lavoro di nuovo. Abita in un paesino di provincia, ben lontano dall’inferno della città. Un giorno come tanti altri, rientrando in casa, si accorse che era cambiato qualcosa. In corridoio, vicino al muro, c’era un signore con un trapano in mano; aveva l’aria di uno che stava iniziando a bucare il muro. Piero cercò di capire cosa stesse succedendo, ma il signore con il trapano lo anticipò:

–Salve, devo fare un buco in questo muro, è un progetto fortemente voluto dall’unione europea.

–Ma proprio qui a casa mia? — chiese Piero.

–Sì, vede questo è un corridoio importante e qui dobbiamo fare un buco, bello grosso, così tra 30 anni potrà appenderci un quadro. Continua a leggere

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