Estate a Fortaleza dei Marmi – #5

Pensatoio brasiliano

In qualunque bar, dalle alpi alle piramidi, è facile sentire la seguente affermazione: “in brasile hanno il ritmo nel sangue”. Spesso si tende a bollare queste frasi come luoghi comuni, salvo poi andare a verificare di persona che certe cose non si inventano dal nulla, hanno anzi un loro motivo di esistere. In Brasile il ritmo nel sangue ce lo hanno veramente. E’ un ritmo lento, a volte sincopato, altre volte assurdo, comunque potente. Adattarvisi è più dura che riuscire a correre i 100 metri alle olimpiadi. In un ambiente così, un pranzo nella casa sul mare di due professori universitari può assumere connotati impensabili.

Il tenore di vita dei professori è alto, soprattutto per quelli di una certa età. Hanno tutti un non so che di uomo del monte, sono probabilmente i figli che invece di curare le piantagioni di tetrapak si sono dedicati alla computaçao. Con il solito Suv, sedili in pelle e vetri oscurati, arriviamo in un piccolo villaggio poco fuori Fortaleza, ovvero a 40 minuti di viaggio. Villa con portico e amache, piscina, e fuori dalle mura alte due metri ed elettrificate, l’oceano.  Roba che da noi ti puoi permettere solo se giochi nella juventus e scommetti milioni di euro da un tabaccaio che riesce poi, magicamente, a raddoppiarteli. Non tutti i professori sono così, tra gli invitati c’è anche gente più europea, ovvero che oltre alla pazzia brazileira ha un mix di pragmatismo e reddito umano. Il risultato è un quasi completo non determinismo. 

Anche l’ospitalità è un qualcosa che qui hanno nel sangue, proprio come il ritmo. Appena arrivati in villa, tra latte di cocco, caldo di feijoada e birra, siamo già pieni e ubriachi. Il Versiliese calcola quanto costerebbe la stessa casa a Forte dei Marmi, mentre cerca di fare foto senza farsi notare. Appena la comitiva è al completo, dopo aver atteso tutti i vari ritardi, inizia la prima lezione: Caipirinha. Uno dei prof, instancabile lavoratore nei giorni feriali quanto barman assassino nel week end, ci mostra l’equazione fondamentale di vita brasiliana:

 more cachaça = more  happiness

Salto dalla duna, sport olimpico

Al pranzo manca ancora un’ora, siamo già in preda alla ridarella. Anche una barzelletta sulla feijoada in portoghese  ci fa ridere.  Prima del pranzo, però, si fa il bagno. Il bello di questo posto, ci dicono, è buttarsi in mezzo alla corrente e farsi trasportare lungo la costa. C’è un vento che sposta gli obesi, ci dotiamo di qualsiasi cosa possa farci galleggiare e via, tutti dietro ai professori indigeni. Arriviamo dove non si tocca, onde alte un metro, siamo tutti aggrappati ai nostri galleggianti. Tutti tranne i brasiliani. Una professoressa sulla cinquantina sguazza tranquilla, con tanto di cappellino fashion. Nessuna onda è in grado di sorprenderla, la sua testa è sempre fuori dall’acqua, il suo volto sempre sorridente. A me ogni mezza onda mi travolge, constringendomi a cercare nei ricordi delle mie estati in Umbria, con i piedi piantati nel verde, la forza di risalire a galla. La corrente continua a portarci verso ovest, finalmente un prof stabilisce che si può andare a riva, nuotando come Fantozzi e disinteressandomi del resto della compagnia, approdo a riva. Insieme a me il Ricercatore Capo, anche lui provato dallo sforzo: per darsi un tono e rispettare il compito di rappresentanza istituzionale aveva scelto di non usare alcun elemento galleggiante.

 Il tempo di asciugarsi e si va a pranzo, Feijoada. Tradotto letteralmente è fagiolata, un piatto tipico a base di fagioli e linguina, una specie di salsiccia dal sapore di würstel. Il sapore è buono, col puré va giù che è una meraviglia, da digerire è un mattone. Per facilitarci il compito ci portano in cima a una duna a vedere il tramonto, quindi ci comunicano il programma per la prossima settimana. Ci hanno organizzato tutto, spiagge da vedere per un totale di 200 km di viaggio, quindi, per l’ultima settimana, workshop a Praia do Redonda, solo 3 ore di pullman. 

Pousada giungla

Uno workshop è una lunga serie di slide intercalate da coffee break, sullo sfondo, di solito, qualche posto bellissimo. Noi siamo in mezzo alla giungla, una pousada a picco sul mare. Di notte il vento fa tremare la nostra casetta come ne i tre porcellini, la mattina il nostro water è occupato da un rospo. A pranzo e cena c’è sempre la stessa carne e lo stesso pesce, nello stesso molho (salsa) do mostarda. Siamo in balia dell’organizzazione, che negli ultimi due giorni decide di fare presentazioni solo in portoghese. E’ il colpo finale, la nostra utilità tutto d’un tratto diventa nulla. Resuscitiamo solo prima di cena, quando si va tutti insieme a vedere tramonti, fare bagni, bere caipirinhe. I professori, una volta finito di lavorare, si trasformano: ballano e cantano, a volte urlano, soprattutto quando vedono noi: “Toscana! Roberto Bagghio! Paulo Rossi!”. Neanche una studentessa che a cena mi offre della vaselina riesce a tirarmi su di morale, anche perché pare venga usata come burro cacao. Per sentirci in qualche modo presenti, finiamo per fare ciò che fanno gli italiani all’estero: gli animatori. In uno dei tanti spostamenti in bus attacchiamo a cantare Bella Ciao, i brasiliani apprezzano e diventa un tormentone. Tra partigiani e tramonti, la settimana finisce. Si torna a Fortaleza, altri due giorni e via in Italia.

Il Versiliese,intanto, chiama a casa:

Oh allora io guando scendo dal treno voglio un biatto di tordelli e la banda che suona l’inno di mameli eh!

2 commenti

Archiviato in argite, biografologia

2 risposte a “Estate a Fortaleza dei Marmi – #5

  1. limofi

    Tinha eu 14 anos de idade
    Quando meu pai me chamou
    Perguntou se eu nao queria
    Estudar filosofia
    Medicina ou engenharia
    Tinha eu que ser doutor
    Mas a miha aspiracao
    Era ter um violao
    Para me tornar sambista
    Ele entao me aconselhou
    Sambista nao tem valor
    Nessa terra de doutor
    E seu doutor
    O meu pai tinha razao.
    …..
    …e tutte le persone intelligenti sanno delle
    rapine dell’Inter di Herrera e dell’Italia di Paolo Rossi

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