Archivi del mese: ottobre 2013

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Il centro di Perugia in un giorno qualsiasi (foto Mister sparkle)

Il centro di Perugia in un giorno qualsiasi (foto Mister sparkle)

Chiagni e fotti, da sempre il marchio di fabbrica della filosofia italiana. Oggi a Perugia c’è stata la conferenza stampa di “quasi addio” del festival del giornalismo. Nei giorni scorsi uscì il comunicato di fine dei giochi, con l’organizzazione che dichiarava che non c’erano abbastanza fondi per l’edizione 2014. Serviva un incremento rispetto all’anno prima, le amministrazioni pubbliche non ce la facevano, da qui la guerra.

Avere a che fare con la pubblica amministrazione è un’odissea, e non è certo una novità. Durante la conferenza stampa di oggi, le peripezie raccontate dagli organizzatori nel loro costruire il festival di anno in anno, bussando alle porte di tanti assessori, consiglieri, consulenti e poltronati vari, non suonano nuove a nessuno, purtroppo. Viviamo in un paese ingessato, a partire dalle istituzioni. Quando si parla di cultura, poi, le difficoltà raddoppiano. Veniamo (e andremo) da venti anni di tagli all’istruzione per finanziare il ponte sullo stretto, le gallerie in val di susa o il g8 a La Maddalena. L’amministrazione umbra, poi, è messa peggio che mai. Chi vive in umbria tutto l’anno, e non solo durante il festival del giornalismo, sa quanto sia stata deturpata l’Umbria dalla sua stessa amministrazione. Perugia, prima di essere la capitale del giornalismo ad aprile, è la capitale dell’eroina tutto l’anno.

Le difficoltà a reperire fondi dagli enti pubblici le conoscono tutti. Le clientele pure. Anche l’Umbria gospel festival, appendice di Trasimeno Blues, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il suo comunicato, però, è di tono diverso rispetto a quello di IJF. Ciò che ha allontanato i giornalisti e il loro festival da Perugia è stata, secondo l’organizzazione, la mancata erogazione di più fondi rispetto agli scorsi anni. “Questa città deve meritarselo il festival”, dicono. “Portiamo migliaia di euro di ritorno economico”, aggiungono. Eppure qualcosa non torna. Fosse per i soldi e per il ritorno, dovremmo fare un festival del gossip, o della cronaca nera: porterebbe ancora più soldi, quindi avrebbe ancora più merito. Fosse per i mancati fondi aggiuntivi, insieme al festival del giornalismo siamo in tanti a dover piangere miseria. E in tanti meno uno ad essere ignorati. Il festival del giornalismo riesce con poco sforzo a far parlare di sé, i giornali in fondo li scrivono loro. Riesce a mettere in piedi una conferenza stampa all’hotel Brufani, il più lussuoso di Perugia (da dove partì la marcia su Roma di Mussolini, tra l’altro). Per questo la regione Umbria, il comune di Perugia e via dicendo, si sono sbrigati a confermare, o addirittura a promettere di aumentare, i fondi destinati a IJF. E’ bastato un comunicato stampa rabbioso, rimbalzato da tanti media, e tutti a correre ai ripari. Agli altri non va sempre così bene.

“Ormai è tardi”, hanno detta da IJF. Faranno il festival col crowd funding, forse a Perugia, forse no. Non accetteranno fondi pubblici, comunque. Certo, il crowdfunding esiste già da un po’ di tempo. Sicuramente da prima del ricatto dell’organizzazione di IJF: “vi portiamo soldi e fama, se non aumentate vi sputtaniamo e ce ne andiamo”.

Breve bibliografia:

Il “ricatto” di IJF (non ci aumentano i fondi, non ci meritano, non mantengono le promesse e finanziano chissà quali altri eventi)

La risposta di un assessore (dal 2008 al 2013 vi abbiamo dato 771mila euro, per il 2014 vi abbiamo confermato il budget 2013, di più non ce la facevamo)

Le attività culturali finanziate dalla Regione nel 2013 (Umbria jazz, Teatro Stabile, Corsa dei Ceri, Giostra della Quintana etc etc)

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Niente più badge per la giovane Sarah

Lavoratori? Tiè!

C’è un periodo dell’anno in cui passeggiando la sera per Perugia si incontrano un sacco di persone con un “badge” al collo. A questi si aggiungono le solite brutte facce del centro, e musi ancora peggiori tipo Filippo Facci. Sono i giorni del festival del giornalismo. Tanti giornalisti si riuniscono e parlano di giornalisti, in un turbine di “talk”, “panel”, “workshop” e via dicendo.

Oggi tutti i giornali hanno parlato del festival del giornalismo, perché l’organizzazione ha minacciato (o decretato, non si è capito bene) la chiusura. Non ci sono più abbastanza fondi, dice. Non è che sono spariti i fondi, è che il successo del festival cresce ogni anno di più e servono ogni anno più soldi. La condanna alla miopia dei mancanti investitori, amministrazioni pubbliche in primis, è stata unanime. Che vergogna, non danno più soldi di anno scorso al festival del giornalismo. E magari li danno a chissà quali altri eventi. In Italia il merito non paga, che tristezza.

Così, tutto ad un tratto, ci ritroviamo senza più la possibilità di incontrare Filippo Facci mentre passeggiamo per Perugia, di sera. Non avremo più una settimana completamente dedicata al parlare di giornalisti, ed è un’occasione persa perché di giornalisti non se ne parla mai. Non vedremo più frotte di giovani volontari in giro che lavorano gratis (tanto per cambiare) in cambio di un pass per fare la foto con Travaglio.   E’ un mondo così poco autoreferenziale, quello dell’informazione. Uno dei pochi baluardi della meritocrazia rimasti, tra l’altro: basta fare un giro nelle redazioni per vederlo.

Avessi centomila euro, ce li metterei io. Purtroppo non ce li ho, e questo è davvero un peccato.

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Amore pendolare

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Stazione di Arezzo. Tra i tanti i pendolari salgono un ragazzo e una ragazza, lui parla a voce alta, il resto del vagone è in silenzio, si sente solo lui. Si siedono, lui si sta presentando. Non si vedono da metà vagone, il loro dialogo però continua e si sente.

“…bè sì poi la fumo dopo, anche se fa male..ahah..ma oggi che è che non fa male… a me piace la musica, io suono, a te invece, cos’è che piace?”

Due secondi di silenzio. “..a me piace scrivere, ma nnè che so capace. Mi piace e basta, così..”
“bello, brava. Fai bene oh. Ognuno ha le sue passioni, io ho la musica. Poi ero qui ad Arezzo perché dopodomani ci suono e dovevo parlare, ma non è granché misà”
“Ah no, io sono aretina ma ad arezzo guarda, non ci esco più”
“eheh, davvero. Però ci capito spesso perché …”, le sussurra nell’orecchio.
“già…”, risponde la ragazza, sorridendo un po’ imbarazzata.

Lui continua a descriversi, è un fiume in piena tra esperienze vissute ovunque in europa, musica, e una triste storia.

“…perché sai, io a un certo ho perso tutto. Il lavoro, tutto. Una mattina i carabinieri mi sono venuti a bussare, lei è in arresto per rapina. Ah! E dove sono sti soldi, così magari li spendo, dico io. Però intanto 30 giorni di domiciliari. Mi hanno cacciato dal lavoro come un pregiudicato, oh ma  senza neanche la sentenza! Poi alla fine mi avevano scambiato per un marocchino o simili, perché visto, sono un po’ ispanico, cioè si vede che non sono di origine italiana, e insomma dissero che mi avevano visto, tuta bianca e scarpe da ginnastica insieme a uno…che poi oh, scherziamo? io tuta bianca e scarpe da ginnastica, in giro, non ce vado! A parte gli scherzi, io nella vita ne ho fatte tante, fumo bevo, ce li ho tutti i vizi, ma rubare no eh, non esiste”

“eh, che storia, e poi dopo senza lavoro così..”

“è vero ma insomma ora qualcosa faccio, il giardiniere, svuoto cantine. Certo, soldi pochi ma oh, intanto ho casa. E poi suono. Perché io voglio suonare, questa è la mia passione. Anche quando era senza nulla, la mia attrezzatura, i piatti, l’impianto, i dischi, non l’ho venduta. Sai cosa dovresti leggere? Ce l’hai internet?”

“qui?”

“no, dico a casa, ce l’avrai internet”

“bè sì, certo”

“ecco allora vai e cerca la legge dell’attrazione. E’ una cosa buddista, a me ha aiutato tanto. Vai lì e leggi, l’allenamento mentale, è importante, a me ha dato una grossa mano a capire cosa volevo. Perché vedi, noi siamo indirizzati, incanalati da quella scatola, dai media. A parte internet, che è davvero libera, il resto sono tutti incanalamenti”

“..vero..”

“vai, vai e leggi. Legge dell’attrazione. Anzi, se puoi vuoi parlarne io sono contento. ”

“va bene”
“dai io tra un po’ scendo, questo è il mio numero: 3 3 8 4 …. Poi magari ci sentiamo”

“…sì…”
“il tuo com’è?”
” 3 4 0 9 …”

Il treno sta arrivando alla stazione di Camucia-Cortona. “Via sono quasi arrivato, c’è il mi babbo che mi aspetta. Allora ciao…”

Lui si alza dal sedile, ma non esce subito. Lei è seduta davanti. Lui le si getta addosso, in un bacio appassionato, focoso,  con lingua inclusa. Pochi secondi, il treno è fermo. Lui deve scendere. Un ultimo bacio, poi scende. Appena sceso fa un po’ il guascone, e la saluta ad alta voce.

Il treno riparte, lei rimane sola davanti al finestrino. Finalmente li vedo entrambi. Lui tutto è meno che ispanico, è italiano e basta. Lei, invece, un po’ olivastra lo è.

Mentre lo vedo allontanarsi, dentro di me applaudo in piedi, urlando a gran voce la mia ammirazione.  Fenomeno, davvero. Con una lunghissima serie di cazzate, in soli venti minuti ha rimediato un numero di telefono, poi ha migliorato il risultato lanciandosi in un bacio audace. Da manuale, veramente. Ha toccato tutti i tasti, dalla pietà per l’arresto fino all’ammirazione per la forza. Passando per la profondità del buddismo e la lucidità nell’analisi della società moderna, plagiata dai media. Talmente bravo e talmente bella la scena, che per un attimo ho pensato fossero due attori assunti da trenitalia per intrattenere i passeggeri del carro-bestiame su cui viaggio, per fare concorrenza ai treni di montezemolo che hanno le carrozze smart cinema.

Trenitalia, dove saltano le coincidenze dei treni, ma capitano quelle dell’amore.

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