Archivi del mese: febbraio 2014

Schizofrenia

Responsabile comunicazione del PD, renziano di ferro

Responsabile comunicazione del PD, renziano di ferro

Il nuovo premier parla al senato. Illustra il suo progetto di governo, chiede la fiducia, come si suol dire. Parla di rivoluzione, di cambiamento, di una paese che deve uscire dalla palude in cui è finito. Di fianco a lui c’è il ministro dell’Interno, lo stesso del governo precedente. Lo ha riconfermato. Ne aveva chiesto le dimissioni un anno prima. Vicino c’è il ministro della cultura: il nuovo premier lo aveva chiamato “vice-disastro”.  C’è un qualcosa di folle in tutto questo, ci deve essere qualche potente allucinogeno finito negli acquedotti italiani in questi giorni. Renzi è l’espressione di un trip collettivo che gli italiani si stanno facendo tutti insieme.

Questa nuova droga va a colpire i centri del cervello in cui risiedono i circuiti logici. Capita di sentire, dalle stesse persone,  giudizi diversi su due fatti uguali. L’Ucraina ad esempio: il premier Yanukovich è un tiranno, spara sui manifestanti. Sacrosanto. Una pagina davvero triste della storia europea, con gli alberghi di Kiev trasformati in obitori. Gli stessi che si indignano per Yanukovich dicevano – dicono ancora! – che Carlo Giuliani se l’era cercata, fece bene il governo a far sparare, a mettere Genova a ferro e fuoco. Diaz compresa. Se spara il governo italiano, ha fatto bene, se spara quello ucraino, è una dittatura. Ma stiamo scherzando?

I marò, riportiamo a casa i marò. Tutti a chiedere di far tornare a casa i marò. Quando i militari americani uccisero venti persone in Trentino, tutti indignati perché gli americani col cavolo che si fecero processare in Italia (in America li hanno assolti). Gli indiani fanno coi marò quello che noi avremmo voluto fare con i militari americani, eppure c’è ancora – e sono tanti – chi vuole riportare a casa i marò, per processarli qui. Quindi: militari stranieri uccidono in Italia, “lasciateceli!”. Militari italiani uccidono all’estero: “ridateceli!”.

La droga è una brutta bestia ragazzi.

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Bubbolo va in Estonia #3

Politeismi

Politeismi

“Il vero coraggio è restare qui”, dicono. Lo dicevo anche io, leggendo dei tanti italiani scappati via a fare qualsiasi mestiere lontano dall’Italia. Dopo un mese e mezzo di Estonia ho capito che quella frase è una cazzata colossale. Ci vuole fegato a partire con un biglietto di sola andata per posti dove il sole non si vede mai, o quando si vede dura 22 ore e per dormire bisogna sigillare le finestre. Dove tutti parlano, bene che va, un ottimo inglese, che sarà cool quanto vi pare, ma è pur sempre una lingua noiosa e inespressiva. Niente a che vedere con la musica che ascoltiamo in Italia. Paesi dove tutti i piatti principali sono patate. Lesse, al forno, puré. Patate a perdita d’occhio. Posti tranquilli, silenziosi, quanto di più inquietante per chi è abituato a sentire una sirena ogni quarto d’ora. Abito in pieno centro, il posto più rumoroso della città, ed ho sentito un solo clacson in 60 giorni. C’è talmente tanto silenzio che per addormentarmi accendo la tv. Non capisco poi come sia possibile che qui non stia male nessuno, o forse qui le sirene sono silenziose. Solo luci con sottotitoli: “fuori dalle palle o l’omino me more per strada”. Gli estoni capiscono e accostano.

Dal punto di vista di uno che comunque tra due mesi torna a casa, emigrato temporaneo,  l’idea di emigrare non è meno coraggiosa del rimanere in Italia. Dare del codardo agli emigranti può essere una buona medicina per l’autostima, per sentirsi dei leoni in gabbia. La realtà è diversa, non c’è nulla di male nell’ammetterlo. Certo, l’italia in questo momento è quello che è: se vuoi fare il maestro di sci, l’appennino umbro marchigiano non ha più posto per te. Il riscaldamento globale ti costringe a salire a nord. Fuori dai nostri confini c’è un mondo non certo meno duro, forse con qualche possibilità in più e uno stato che pare non voler trattare i cittadini come fossero suoi nemici.

Mentre il silenzio di Tartu mi porta a queste riflessioni profonde, Bubbolo mi parla di Renziful, la telenovela del governo italiano. Non ha gradito per niente le consultazioni con Peppecristo, come prima non gradiva le bugie di Renzie, come prima non gradiva l’immobilismo urticante di Letta, come via dicendo. La sua conclusione è che in Italia ci sono vari tipi di cani: quelli che scodinzolano dietro Renzi, quelli che scodinzolano dietro Grillo, quelle che scodinzolano davanti a Berlusconi, e come tutti i cani del mondo quando si incontrano si azzuffano, non perché si vogliono male, semplicemente perché sono bestie non troppo sveglie. Poi ci sono anche i cani che non scodinzolano a nessuno, perché sono senza padrone e infatti stanno tutti al canile.

L’Italia, vista da fuori, è una distesa a perdita d’occhio di occasioni sciupate.

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Bubbolo va in Estonia – #2

Sughetto

Sughetto

Il nord, il grande e civile nord, dove tutte sono bionde, si mangia male e i treni sono sempre in orario. Verificare i luoghi comuni, questa è la missione più importante di ogni viaggiatore. Prima di tutto, la vita al freddo. “Ah! Ma loro sono abituati!”. Falso. Sono abituati a fuggire dal freddo, non a starci dentro. Quando la temperatura scende sotto i -15, in giro per la città non c’è nessuno. Tutti dentro casa in maniche corte, 27 gradi, come ai tropici. Non contenti, si danno al loro rito preferito: la sauna. La vera sauna estone è un casottino di legno sulle rive di un laghetto, ogni casa di campagna ha un laghetto e di conseguenza una sauna. Il funzionamento è semplice: si entra nudi e si sta una decina di minuti a cento gradi, quindi si esce e ci si tuffa nel laghetto. Quindi si rientra nel casottino, dove c’è anche una sala spogliatoio dove potersi asciugare. Una volta asciutti, si ricomincia. Fa bene alla circolazione, dicono. Il tuffo nel lago va fatto con cautela, perché bisogna passare attraverso il buco fatto nel ghiaccio. Per un estone tutto questo è semplice, e si fa bevendo birra. Per me è stato diverso. La sauna a 100 gradi mi ha fatto capire da dove viene il mio odio per il lesso. Il tuffo nel lago ghiacciato, con l’aria a -10° gradi, mi ha fatto venire nostalgia del Brasile. Mentre i miei piedi scalzi affondavano nella neve, nella mia mente riecheggiava quel  “sinta ao ares do Brasil” che tanto ho odiato.

Il cibo. “Ah! Al nord si mangia male!”. Posto che questo è vero già da Ponte Felcino in su, e che nessuno pretende di mangiare una salsiccia vera al di fuori dei confini umbri, il punto non è il mangiare male. Agli estoni, di mangiare, non gliene può fregare di meno. Quello che c’è buttano giù. Principalmente carne con patate. E’ un mese che mangio carne con patate a pranzo. Non c’è altro, a parte brodini improbabili. La cosa inquietante è che loro si rendono conto di tutto. Sanno che i loro piatti sanno tutti di patate lesse, lo vanno ripetendo ogni giorno, ma continuano a mangiarli senza problemi. Questo c’è, questo si inghiotte. Pane col burro a pranzo? Verdura scondita? Che problema c’è, avanti.

Lago ghiacciato e cablato

Lago ghiacciato e cablato

La tecnologia. “Ah! Al nord sono all’avanguardia!”. Questo è maledettamente vero. Con la carta d’identità elettronica qui fanno di tutto. Cinque giorni per aprire un’azienda, senza neanche passare dal notaio. Pochi minuti per pagare le tasse. Auto noleggiabili con un sms: vai al parcheggio, mandi sms, parti sgommando. La wi-fi è ovunque, nelle foreste sperdute c’è il 4G a 20 Mbit. Togliere la wifi agli estoni significa spegnerli, renderli inermi. Il confronto con l’italia è impietoso. Noi discutiamo sulla miglior legge elettorale per far rivincere berlusconi e loro pagano tutto con carta di credito, tagliando le gambe all’evasione fiscale.

L’ideatore dello spot “O così o pomì” era probabilmente estone. Qualsiasi cosa, anche le peggiori, passa oltre. Quando hai birra e wifi, tutto il resto non conta.

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