Bubbolo va in Estonia – #4

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“Qui non c’è niente”

Le biondine che pascolano all’università di Tartu sono nate quando già l’unione sovietica non esisteva più, e non sono neanche troppo curiose sulla storia del secolo scorso. Come per qualsiasi altro argomento, la risposta estone è il silenzio. Eppure nelle campagne ci sono ancora i kolchoz, in città si vive ancora nei palazzi sovietici: tutti uguali, spazi divisi equamente, scale ridotte al minimo e cucina quasi inesistente.

A Tallinn c’è un piccolo museo dedicato al KGB, è all’interno dell’Hotel Viru, albergo tra i più importanti della città. E’ una costruzione di 23 piani, dalla cima si domina la città e al tempo dell’unione sovietica era l’unico albergo in cui potevano soggiornare i turisti occidentali. Proprio per questo, il KGB aveva un piano riservato ai suoi uffici. Nei giorni dell’indipendenza estone, i sovietici lasciarono in fretta e furia le loro postazioni, così alcune stanze del Viru sono rimaste ancora come venti anni fa.

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spionaggio pre-Instagram

Il motivo della presenza del KGB in un albergo era semplice: ogni occidentale è una potenziale spia. Allo stesso tempo, agli stranieri andava mostrato come in unione sovietica non ci fosse l’inferno, anzi. Per questo l’albergo era una città nella città: aveva scorte alimentari introvabili, cucine che neanche per mandare avanti un esercito. Lavorare al Viru, per un estone, era un privilegio non da poco. Poteva mangiare cose che altrimenti si sarebbe sognato. Nell’albergo lavoravano 1000 persone, quando il numero massimo di persone ospitabili era 200.

La maggior parte delle stanze erano cablate: muri e lampade avevano microfoni collegati con le stanze del KGB al 23esimo piano. Uno degli aneddoti più inquietanti riguarda il turista che non trova la carta igienica al bagno ed esclama:
“manco la carta c’hon dato sti russi!”. Pochi minuti dopo, i camerieri si presentavano alla porta con la carta. Ad ogni piano c’era una vecchia, seduta ad una scrivania. Il suo compito era appuntare tutto quello che vedeva. Quello che fa ogni vecchia del mondo, solo che le vecchie dell’hotel Viru erano agenti del KGB.

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Pronto, D’Alema ci sei?

L’ascensore dell’albergo non arriva al 23esimo piano, si ferma al 22. Da lì, si salgono le scale. C’è una porta con scritto, in russo: “qui non c’è niente”. E’  la stanza con le apparecchiature tecniche e le planimetrie dell’albergo, con il posizionamento dei microfoni e dei fori per fare le foto con l’apposita macchina fotografica. C’è poi la stanza del capo, con il telefono rosso senza tasti: bastava alzare la cornetta e rispondeva direttamente Mosca. E’ il paradiso del memorabilia.

Venire a contatto con questa realtà, anche se per così poco, riempie la mente di dubbi. Non è possibile che un sistema così complicato e fuori di senno possa aver resistito tutti quegli anni. La meticolosità nel nascondere qualsiasi cosa, nel reprimere i comportamenti occidentali, ovvero quelli umani, ha del disumano. Siamo possessivi, siamo competivi, siamo animali. Per questo il mercato libero funziona, asseconda i nostri istinti primordiali. Per una volta, è d’accordo anche Bubbolo: “i cani non vogliono guinzagli: i cani vogliono essere liberi di incontrarsi per strada e attaccarsi a vicenda. Abbaiare, ringhiare, mordere. Certo, se hai la sfortuna di nascere bassotto, proverai ad azzannare un dobermann e ne uscirai malconcio. Ma anche questo è meglio del guinzaglio, anche se il guinzaglio avrebbe salvato il bassotto. Sei nato cane piccolo, pazienza: morderai ciò che i dobermann ti lasceranno. “

Eppure, nonostante l’unione sovietica sia stata una dittatura feroce, mantiene un fascino al limite dell’irrazionale. Perché in questa terra sconfinata dove non vedono la luce per mesi e muoiono di freddo, ad un certo punto hanno provato ad inseguire un’utopia, e ci hanno provato con la forza. Hanno fallito miseramente, si sono scannati tra di loro pur di convincersi che no, non erano animali e potevano dividere le risorse equamente tra di loro. Tanti russi ci hanno creduto, tanti addirittura ci credono ancora. Un popolo abituato a svegliarsi ogni mattina in mezzo alla tundra, sopporta anche una dittatura.

Vivendo nell’ex unione sovietica si ha l’impressione che tentarono la via del comunismo perché non avevano così tanto di  meglio da fare.

Quando vivi qui, capitalismo o comunismo fanno poca differenza

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