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Cambiare faccia, adesso

Invece di protestare, apritevi un fondo d'investimento alle Cayman

Invece di protestare, apritevi un fondo d’investimento alle Cayman

Piazzale Loreto è piena di lampioni, ieri mussolini, oggi berlusconi.

La cantavamo a squarciagola nel 2002, al Circo Massimo. Il signor B. voleva cancellare l’articolo 18, la piazza rispose a voce alta. Eravamo una marea di gente. Sono passati dodici anni, in teoria qualcosa dovrebbe essere cambiato. Ad esempio, nel 2002 una connessione ADSL costava l’ira di dio e non era disponibile ovunque. Le penne USB erano da 128 Mb. Avevamo tutti un nokia 3310.

Dopo tutto questo tempo, il governo vuole di nuovo cancellare l’art.18 e la piazza ha risposto come allora. Con tutti i distinguo del caso –non esiste ancora una vera e propria proposta di legge, Renzi lo ha solo detto e contraddetto ogni tanto– e nonostante in questi anni sia successo un po’ di tutto, siamo ancora all’articolo 18. Siamo ancora al “per creare lavoro dobbiamo poter licenziare” .  Ieri a Roma mancava un po’ di gente, rispetto a dodici anni fa. Quella gente che ieri ha scelto, seppur idealmente, la riunione di Renzi con gli imprenditori. Fulminati dalla rottamazione renziana, si sono ritrovati come i grillini: in un mondo tutto loro dove il loro amato Renzi fa e dice ciò che si aspettano dal loro premier. A chiedere la stessa cosa a due renziani, si ottengono due risposte diverse seguite dallo stesso finale: sei un gufo.
Dopo otto mesi in cui l’unica mossa del governo sono stati i famosi 80 euro per vincere le elezioni, dopo otto mesi con risultati economici miseri, dopo una finta rottamazione con tutti i “capoccioni” rimasti a dirigere le aziende pubbliche,  dopo il famigerato patto con Berlusconi: gli innamorati di renzi, sono ancora lì, a credere che il loro beniamino stia facendo davvero quello che aspettavano da tanti anni. Quello per cui nel 2002 manifestavano insieme a noi.

Per fortuna, anche la droga più potente prima o poi non ha più effetti. I nostri amici renziani tra non molto capiranno di non avere niente a che spartire con il mondo dell’alta finanza che va a braccetto con Renzi. Si renderanno conto, ad un certo punto, di essere finiti a cantare la stessa messa dei berluscones: “qui c’è l’Italia che crea lavoro!” (complimenti per i risultati..). “Il diritto allo sciopero crea disoccupazione!” (e invece i fondi d’investimento con base alle Cayman cosa creano?). “I gufi non ci fanno lavorare!” (ringraziateli allora…)

A presto, amici renziani.

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Agosto comunista ti conosco

open data umbriaDopo la serata a tema “blogger marscianesi” in cui abbiamo passato il tempo a parlar male dei politici marscianesi, la serata “grande fratello” dove abbiamo visto come un google qualsiasi potrebbe – se volesse – spiarci comodamente, eccoci ad un nuovo appuntamento con la festa dei Comunisti.

Quest’anno il tema sarà più serio, almeno in partenza. Parleremo di Open Data, ovvero dei dati che ogni pubblica amministrazione potrebbe rendere disponibili così da darci la possibilità di conoscere davvero il paese in cui viviamo (e di operare come fossimo spie del kgb che sanno tutto). L’argomento è caldo, in Italia tanti enti pubblici stanno cominciando a rendere disponibili i propri dati. Inoltre c’è una comunità sempre più nutrita di smanettoni al servizio degli Open Data, sono volontari che hanno realizzato, tra le ultime cose, la mappa online dei beni confiscati alle mafie: http://sod.confiscatibene.it/  

Ospite d’onore sarà uno dei massimi esperti di Open Data del Cnr di Pisa, nonché compagno di mille vacanze premio: il Versiliese. Con lui parlerò di come gli Open Data potranno aiutarci a capire la nullità del governo Renzi, inoltre presenteremo anche un paio di esempi reali. Uno su tutti: lo sapevate che Trenitalia ha ottenuto un  premio dalla regione per la puntualità dei suoi treni? Osservando i dati di mesi e mesi di treni, possiamo capire come sia possibile questo paradosso.

Ordunque, ci vediamo sabato alle 9 alla festa a Schiavo.

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Nibali e il teorema Italia-Germania

Nibali dantesque

La prima maglia gialla non si scorda mai, per carità. Nibali ha 30 anni, nel 1998 era anche lui davanti alla televisione quando sulle Alpi c’era il diluvio universale e le immagini arrivavano a sbalzi. Con l’ansia a mille ad ogni nuovo aggiornamento del cronometro, Ullrich non recuperava, ecco le telecamere fisse all’arrivo, spunta Pantani dalle nubi:  tappa e maglia gialla. La prima della nostra generazione, dopo trent’anni finalmente i francesi si incazzavano di nuovo e noi avevamo l’età giusta per esaltarci come le nostre amiche facevano per i backstreet boys. Io andai pure in pellegrinaggio a Cesenatico, paese natale del Pirata.

La seconda maglia gialla di Nibali è la sua. Cresciuto sotto il segno del Pirata, con il rimpianto di non aver più visto nessuno come quel pelato di un metro e mezzo che sfidava i giganti di qualsiasi razza, dal texas alla germania est, Nibali ha vinto il Tour de France.  Lo davano tutti terzo, alla prima settimana di corsa aveva già schiantato gli avversari più forti. Gli esperti non hanno considerato il teorema Italia-Germania: nello sport ci sono delle storie che finiscono sempre allo stesso modo, quale che sia l’inizio. Quando al Tour infuria la bufera, al traguardo arriva sempre un italiano a far incazzare i francesi. Il Tour di Nibali sta tutto nel capolavoro della tappa sul pavè, tributo alla Parigi-Roubaix, l’Inferno del Nord. Di solito la prima settimana del Tour de France è piatta, dedicata alle volate di gruppo e senza pericoli per chi corre per la maglia gialla. Quest’anno era diverso e Nibali lo sapeva. In cuor nostro lo sapevamo anche noi, anche se era più speranza che consapevolezza. Siamo pur sempre italiani.

Pioveva che il dio italiano del ciclismo la mandava, a 80 km dall’arrivo il primo gigante si arrende: Froome cade la seconda volta, ancora prima di arrivare al pavè. Per pedalare all’inferno non basta essere allenati, né è sufficiente correre con la squadra più ricca del mondo. Per pedalare all’inferno ci vuole talento e modestamente l’inferno lo abbiamo inventato noi italiani. L’altro gigante, Contador, sembrava in difficoltà. Nibali è già in maglia gialla, conquistata due giorni prima tra lo stupore generale, con uno scatto in pianura a 2 km dall’arrivo. Rapido calcolo: c’è la bufera, c’è un gigante da battere, sono italiano. Nibali attacca. Io davanti alla tv come nel 1998 ho finto di non crederci. In fondo lo sapevo, me la ricordavo la faccia senza espressione di Ullrich e il Pirata con la mantellina anti pioggia svolazzante giù per la discesa del Galibier. All’arrivo Nibali ha oltre due minuti di vantaggio su Contador, mancano ancora due settimane alla fine del Tour ma il vincitore c’è già.

I francesi all’inizio lo esaltano, Nibalì: loro amano quello che vince nonostante il pronostico avverso. Poi quando capiscono che il pronostico è cambiato, cominciano un po’ a odiarlo. Un italiano sta per arrivare in trionfo sui Champs Elisées, un francese non ci arriva più da chissà quanto. Poveri galletti, ancora non hanno capito il teorema Italia-Germania: se non vogliono far vincere un italiano, devono eliminare le tappe da impresa epica. Perché se disgraziatamente c’è da soffrire, noi, sofferenti per antonomasia, stracciamo chiunque.

Come ogni estate il Tour è finito, andate in pace. Quest’anno andate anche in Francia e non dimenticatevi di indossare una maglia gialla.

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Paese mio che voti domattina

Il candidato ideale

Il sindaco ideale

Rieccoci qua, si vota ancora. Il solito impietoso riepilogo delle puntate precedenti: l’unica volta che ha vinto uno che ho votato io è stata nel 2006, quando la sinistra era schierata con Prodi. Per il resto, sempre sconfitte. Piccola parentesi per il referendum, anche se vincerlo è stato inutile perché l’acqua non è ancora pubblica e, finché ci sarà il Pd da queste parti, non lo sarà mai.

A casa mia ci sono anche e soprattutto le amministrative. L’ultima volta, 2009, c’era ancora Casapiddu. Seguimmo la campagna elettorale col fiato sospeso, con il ballottaggio tra il figlio di Ruspino Bucciottino e il prode Sabatino. Vinse il Pd per 500 voti. La scena ora è cambiata, più o meno. Il figlio di Ruspino e Sabatino, in realtà, sono ancora lì. Solo che Sabatino prima aveva i comunisti, ora non ce li ha più. Li ha sostituiti con una lista dal nome “Lavoro e Ambiente”, che, come detto testualmente da lui: “si occuperà di lavoro e ambiente”.
I comunisti, dunque, vanno da soli. Già questo potrebbe bastare, ricordando la regola principe con cui decido il mio voto: “scegliere sempre il primo partito di sinistra non alleato col pd”. Qui c’è anche la falce e il martello, siamo a posto. Come surplus, il candidato dei comunisti è un seguace storico fin dai tempi di Casapiddu. Quello che avrebbe dovuto mettere il cappello su di me, dopo che per ben due volte mi ha invitato a dire le mie idiozie alla locale festa dei comunisti. Se guardate tra i commenti di questo blog e di Casapiddu, è il più presente. Forse è un maniaco. Di sicuro viene da Papiano, posto dove la gente non è molto a piombo. Tifoso sampdoriano, nessuno sa perché. I maligni sostengono che siccome Boskov era jugolsavo, lui essendo comunista lo tifava. I più maligni arrivano a dire che aveva pupazzetti di Attilio Lombardo, calvo come il duce, appesi a testa in giù. Stiamo divagando però. Il punto è: siccome Sante, al secolo Federico Santi, è stato scelto come candidato sindaco, io lo voto. Nonostante sia un ingegnere.

Ci sono anche le elezioni europee. Lì la sinistra pare non esserci, è ben nascosta. La lista Tsipras è capitanata da una iattura: Barbara Spinelli. Una che alla terza riga di editoriale anche John Coffee del Miglio Verde diventa attivista del KKK. Giornalista ed espressione della cosiddetta società civile. Diciamolo una volta per tutte: la società civile ci ha rotto i coioni. Escono fuori solo per le elezioni, ogni cinque anni. Come le donne col calcio, guardano solo i mondiali. Poi normale non ci capiscano nulla e inizino a tartassare il vicino di sedia chiedendo perché non hanno più chiamato Baggio. Ah ragazzì, Baggio c’era quando tu ancora non c’avevi il telefonino per fare gli squilletti al tuo primo ragazzetto col gel. Indi per cui, la società civile ha due opzioni: fare politica sempre, anche senza elezioni in vista, o restare confinata nelle mostre di fotografia di lumache sulla guazzera in bianco e nero.
Ad ogni modo, alle europee è possibile esprimere le preferenze, perciò si può non votare Barbara Spinelli e le sue amiche femministe. L’Umbria ha due candidati: Fabio Amato e Lucia Maddoli. Voterò loro e tanti saluti alla società civile.

Ordunque, viva le elezioni. E se disgraziatamente Renzi dovesse perdere, facciamo una festa dove ognuno porta una slide. Se poi a Marsciano vince Sante, tempo un quarto d’ora e partono i bombardamenti sui simboli del capitalismo: l’Ikea, la Fiat, lo juvestédium e Fabio Fazio. Più altri che non dico altrimenti scappano prima.

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Bubbolo va in Estonia – #4

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“Qui non c’è niente”

Le biondine che pascolano all’università di Tartu sono nate quando già l’unione sovietica non esisteva più, e non sono neanche troppo curiose sulla storia del secolo scorso. Come per qualsiasi altro argomento, la risposta estone è il silenzio. Eppure nelle campagne ci sono ancora i kolchoz, in città si vive ancora nei palazzi sovietici: tutti uguali, spazi divisi equamente, scale ridotte al minimo e cucina quasi inesistente.

A Tallinn c’è un piccolo museo dedicato al KGB, è all’interno dell’Hotel Viru, albergo tra i più importanti della città. E’ una costruzione di 23 piani, dalla cima si domina la città e al tempo dell’unione sovietica era l’unico albergo in cui potevano soggiornare i turisti occidentali. Proprio per questo, il KGB aveva un piano riservato ai suoi uffici. Nei giorni dell’indipendenza estone, i sovietici lasciarono in fretta e furia le loro postazioni, così alcune stanze del Viru sono rimaste ancora come venti anni fa.

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spionaggio pre-Instagram

Il motivo della presenza del KGB in un albergo era semplice: ogni occidentale è una potenziale spia. Allo stesso tempo, agli stranieri andava mostrato come in unione sovietica non ci fosse l’inferno, anzi. Per questo l’albergo era una città nella città: aveva scorte alimentari introvabili, cucine che neanche per mandare avanti un esercito. Lavorare al Viru, per un estone, era un privilegio non da poco. Poteva mangiare cose che altrimenti si sarebbe sognato. Nell’albergo lavoravano 1000 persone, quando il numero massimo di persone ospitabili era 200.

La maggior parte delle stanze erano cablate: muri e lampade avevano microfoni collegati con le stanze del KGB al 23esimo piano. Uno degli aneddoti più inquietanti riguarda il turista che non trova la carta igienica al bagno ed esclama:
“manco la carta c’hon dato sti russi!”. Pochi minuti dopo, i camerieri si presentavano alla porta con la carta. Ad ogni piano c’era una vecchia, seduta ad una scrivania. Il suo compito era appuntare tutto quello che vedeva. Quello che fa ogni vecchia del mondo, solo che le vecchie dell’hotel Viru erano agenti del KGB.

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Pronto, D’Alema ci sei?

L’ascensore dell’albergo non arriva al 23esimo piano, si ferma al 22. Da lì, si salgono le scale. C’è una porta con scritto, in russo: “qui non c’è niente”. E’  la stanza con le apparecchiature tecniche e le planimetrie dell’albergo, con il posizionamento dei microfoni e dei fori per fare le foto con l’apposita macchina fotografica. C’è poi la stanza del capo, con il telefono rosso senza tasti: bastava alzare la cornetta e rispondeva direttamente Mosca. E’ il paradiso del memorabilia.

Venire a contatto con questa realtà, anche se per così poco, riempie la mente di dubbi. Non è possibile che un sistema così complicato e fuori di senno possa aver resistito tutti quegli anni. La meticolosità nel nascondere qualsiasi cosa, nel reprimere i comportamenti occidentali, ovvero quelli umani, ha del disumano. Siamo possessivi, siamo competivi, siamo animali. Per questo il mercato libero funziona, asseconda i nostri istinti primordiali. Per una volta, è d’accordo anche Bubbolo: “i cani non vogliono guinzagli: i cani vogliono essere liberi di incontrarsi per strada e attaccarsi a vicenda. Abbaiare, ringhiare, mordere. Certo, se hai la sfortuna di nascere bassotto, proverai ad azzannare un dobermann e ne uscirai malconcio. Ma anche questo è meglio del guinzaglio, anche se il guinzaglio avrebbe salvato il bassotto. Sei nato cane piccolo, pazienza: morderai ciò che i dobermann ti lasceranno. “

Eppure, nonostante l’unione sovietica sia stata una dittatura feroce, mantiene un fascino al limite dell’irrazionale. Perché in questa terra sconfinata dove non vedono la luce per mesi e muoiono di freddo, ad un certo punto hanno provato ad inseguire un’utopia, e ci hanno provato con la forza. Hanno fallito miseramente, si sono scannati tra di loro pur di convincersi che no, non erano animali e potevano dividere le risorse equamente tra di loro. Tanti russi ci hanno creduto, tanti addirittura ci credono ancora. Un popolo abituato a svegliarsi ogni mattina in mezzo alla tundra, sopporta anche una dittatura.

Vivendo nell’ex unione sovietica si ha l’impressione che tentarono la via del comunismo perché non avevano così tanto di  meglio da fare.

Quando vivi qui, capitalismo o comunismo fanno poca differenza

Quando vivi qui, capitalismo o comunismo fanno poca differenza

 

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Schizofrenia

Responsabile comunicazione del PD, renziano di ferro

Responsabile comunicazione del PD, renziano di ferro

Il nuovo premier parla al senato. Illustra il suo progetto di governo, chiede la fiducia, come si suol dire. Parla di rivoluzione, di cambiamento, di una paese che deve uscire dalla palude in cui è finito. Di fianco a lui c’è il ministro dell’Interno, lo stesso del governo precedente. Lo ha riconfermato. Ne aveva chiesto le dimissioni un anno prima. Vicino c’è il ministro della cultura: il nuovo premier lo aveva chiamato “vice-disastro”.  C’è un qualcosa di folle in tutto questo, ci deve essere qualche potente allucinogeno finito negli acquedotti italiani in questi giorni. Renzi è l’espressione di un trip collettivo che gli italiani si stanno facendo tutti insieme.

Questa nuova droga va a colpire i centri del cervello in cui risiedono i circuiti logici. Capita di sentire, dalle stesse persone,  giudizi diversi su due fatti uguali. L’Ucraina ad esempio: il premier Yanukovich è un tiranno, spara sui manifestanti. Sacrosanto. Una pagina davvero triste della storia europea, con gli alberghi di Kiev trasformati in obitori. Gli stessi che si indignano per Yanukovich dicevano – dicono ancora! – che Carlo Giuliani se l’era cercata, fece bene il governo a far sparare, a mettere Genova a ferro e fuoco. Diaz compresa. Se spara il governo italiano, ha fatto bene, se spara quello ucraino, è una dittatura. Ma stiamo scherzando?

I marò, riportiamo a casa i marò. Tutti a chiedere di far tornare a casa i marò. Quando i militari americani uccisero venti persone in Trentino, tutti indignati perché gli americani col cavolo che si fecero processare in Italia (in America li hanno assolti). Gli indiani fanno coi marò quello che noi avremmo voluto fare con i militari americani, eppure c’è ancora – e sono tanti – chi vuole riportare a casa i marò, per processarli qui. Quindi: militari stranieri uccidono in Italia, “lasciateceli!”. Militari italiani uccidono all’estero: “ridateceli!”.

La droga è una brutta bestia ragazzi.

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Il centro di Perugia in un giorno qualsiasi (foto Mister sparkle)

Il centro di Perugia in un giorno qualsiasi (foto Mister sparkle)

Chiagni e fotti, da sempre il marchio di fabbrica della filosofia italiana. Oggi a Perugia c’è stata la conferenza stampa di “quasi addio” del festival del giornalismo. Nei giorni scorsi uscì il comunicato di fine dei giochi, con l’organizzazione che dichiarava che non c’erano abbastanza fondi per l’edizione 2014. Serviva un incremento rispetto all’anno prima, le amministrazioni pubbliche non ce la facevano, da qui la guerra.

Avere a che fare con la pubblica amministrazione è un’odissea, e non è certo una novità. Durante la conferenza stampa di oggi, le peripezie raccontate dagli organizzatori nel loro costruire il festival di anno in anno, bussando alle porte di tanti assessori, consiglieri, consulenti e poltronati vari, non suonano nuove a nessuno, purtroppo. Viviamo in un paese ingessato, a partire dalle istituzioni. Quando si parla di cultura, poi, le difficoltà raddoppiano. Veniamo (e andremo) da venti anni di tagli all’istruzione per finanziare il ponte sullo stretto, le gallerie in val di susa o il g8 a La Maddalena. L’amministrazione umbra, poi, è messa peggio che mai. Chi vive in umbria tutto l’anno, e non solo durante il festival del giornalismo, sa quanto sia stata deturpata l’Umbria dalla sua stessa amministrazione. Perugia, prima di essere la capitale del giornalismo ad aprile, è la capitale dell’eroina tutto l’anno.

Le difficoltà a reperire fondi dagli enti pubblici le conoscono tutti. Le clientele pure. Anche l’Umbria gospel festival, appendice di Trasimeno Blues, ha chiuso i battenti per mancanza di fondi. Il suo comunicato, però, è di tono diverso rispetto a quello di IJF. Ciò che ha allontanato i giornalisti e il loro festival da Perugia è stata, secondo l’organizzazione, la mancata erogazione di più fondi rispetto agli scorsi anni. “Questa città deve meritarselo il festival”, dicono. “Portiamo migliaia di euro di ritorno economico”, aggiungono. Eppure qualcosa non torna. Fosse per i soldi e per il ritorno, dovremmo fare un festival del gossip, o della cronaca nera: porterebbe ancora più soldi, quindi avrebbe ancora più merito. Fosse per i mancati fondi aggiuntivi, insieme al festival del giornalismo siamo in tanti a dover piangere miseria. E in tanti meno uno ad essere ignorati. Il festival del giornalismo riesce con poco sforzo a far parlare di sé, i giornali in fondo li scrivono loro. Riesce a mettere in piedi una conferenza stampa all’hotel Brufani, il più lussuoso di Perugia (da dove partì la marcia su Roma di Mussolini, tra l’altro). Per questo la regione Umbria, il comune di Perugia e via dicendo, si sono sbrigati a confermare, o addirittura a promettere di aumentare, i fondi destinati a IJF. E’ bastato un comunicato stampa rabbioso, rimbalzato da tanti media, e tutti a correre ai ripari. Agli altri non va sempre così bene.

“Ormai è tardi”, hanno detta da IJF. Faranno il festival col crowd funding, forse a Perugia, forse no. Non accetteranno fondi pubblici, comunque. Certo, il crowdfunding esiste già da un po’ di tempo. Sicuramente da prima del ricatto dell’organizzazione di IJF: “vi portiamo soldi e fama, se non aumentate vi sputtaniamo e ce ne andiamo”.

Breve bibliografia:

Il “ricatto” di IJF (non ci aumentano i fondi, non ci meritano, non mantengono le promesse e finanziano chissà quali altri eventi)

La risposta di un assessore (dal 2008 al 2013 vi abbiamo dato 771mila euro, per il 2014 vi abbiamo confermato il budget 2013, di più non ce la facevamo)

Le attività culturali finanziate dalla Regione nel 2013 (Umbria jazz, Teatro Stabile, Corsa dei Ceri, Giostra della Quintana etc etc)

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