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Un dottorato conta più di un cantante

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Il brutto di una salita è guardarla, quando comincia. Uno dei segreti per arrivare in cima, dicono, è quello di non guardare mai in su. A volte, però, sembrano non esserci rimedi. Quando sei in fondo, in mezzo alla nebbia, la tentazione più forte è lasciar perdere, girare la bici e tornare a casa.

Quattro anni fa altro che nebbia, mi pareva di essere stato deportato in pianura padana. Non sapevo neanche la strada, non c’era neanche un cartello. Poi però, con fortuna e fatica, sono arrivato in cima. Pi Heich Di, lo chiamano gli americani.

E’ stata un avventura strabiliante. Ho girato mezzo mondo, dal sud america all’est europa. Ho conosciuto e lavorato con cervelli che, come dicono al paese mio, “je fumono i sorbi”. Senza capire bene come, mi sono ritrovato a scrivere o con uno dei miei romanzieri preferiti, a cena con gente che forse prenderà un Nobel tra qualche anno, addirittura ad un certo punto ero al Camp Nou a discutere di tecnologia mentre passava Iniesta che andava ad allenarsi. Non so ancora se ero io ad essere dentro FIFA15 o lui uscito dalla Xbox.

Il bello di una salita, è guardare in giù quando si è in cima. Perché anche se lo sguardo si perde, la rivedi tutta. Metro per metro. Il piccolissimo io, laggiù in fondo, che suda e arranca senza neanche sapere se e dove arriverà, sembra quasi ridicolo. E invece, eccolo qua. Grazie, freghi. Grazie a tutti.

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A casa mia se parla umbro e lussemburghese

C'è anche la banca popolare dell'Emilia Romagna

C’è anche la banca popolare dell’Emilia Romagna

Tutti conosciamo il Lussemburgo solo perché ai tempi delle scuole medie era una capitale in meno da imparare a memoria. Poi, oltre a Charlie Gaul e i fratelli Schleck, ricordiamo il Lussemburgo solo perché è un paradiso fiscale.  Un paese di cui conosciamo così poco è un paese remoto. Eppure può non essere sempre così.

A cena in un albergo della periferia di Lussemburgo, intesa come capitale, sono da solo. Come gli uomini con cui i Pooh hanno vinto un festival: in giro per lavoro, col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore. Mi siedo ad un tavolino minuscolo, ordino e da bravo ragazzo di campagna mi ingozzo di pane mentre aspetto. Tutto ad un tratto, di fianco a me, sento una voce familiare.
“Lia nun vole gnente!”

Due coppie di anziani a cena, non parlano francese come uno si aspetta. Parlano come il mi nonno. Dal remoto paradiso fiscale in cui sono finito, mi pare di essere alla trattoria de Batella, posto che ogni mascianese conosce. Mi sarò sbagliato, penso. C’è un po’ di confusione, sono stanco, avrò capito male. D’altronde il perugino e il francese hanno molto in comune: ad esempio, la parola “tenete” si pronuncia allo stesso modo. “Tenez”, a Parigi, “Tené” a Balanzano.

Il mio piatto non arriva, continuo a buttare l’orecchio sull’altro tavolo.

“Quann’è passato il terremoto?”
“Eh, allora tu qui c’erano i franchi! E da noi le lire”
“Sì sì, m’evon chiamato: m’on ditto che m’arfacevano la casa cusì com’era!”

Il mio piatto è arrivato, ma non posso mangiarlo mentre soffoco troppe risate. Sembra di stare a casa della mi zia, terremotata pure lei. Questi due omini e due donnine sono umbri. Solo che hanno più di settanta anni, che diavolo stanno facendo quassù? Guardo tra gli altri tavoli, forse fanno parte di una gita di quelle dove vendono le pentole; Padre Pio, però, non risulta intestatario di santuari in Lussemburgo.

Mentre mangio, non posso che ascoltare le loro conversazioni. Parlano di cimiteri, di case e di figli, di tutto quello di cui parla ogni nonno del mondo. E per mondo, intendo l’Umbria. Quando si alzano per andare via, devo chiedergli qualcosa.

“Di dove siete?”
“Come coccco?”
“Sapete, io sono umbro”
“Ahh! Noi stavamo a Gualdo Tadino! Ora viviamo qui da 52 anni.”
“Come? E ancora parlate umbro così?”
“E certo! Anche le mi figlie! A casa mia se parla umbro e lussemburghese. Stemo tanto bene quassù!”

Cinquantadue anni. Io sono stato quattro mesi in Estonia e a momenti ci lascio le penne, la signora Scassellati di Gualdo Tadino vive in un paese sperduto del nord Europa dal 1963.  E non solo ci sta bene, ma rincara la dose.

“la mi famiglia c’ha una cappella al cimitero de Gualdo, ma io non ce torno manco da morta in Italia!”

Gualdo Tadino è un posto immerso nel verde, come scritto su qualsiasi volantino turistico di qualsiasi cittadina di provincia italiana. Non c’è molto, per carità. In un’ora di macchina però si è in montagna, altrettanto tempo dista il mare, tanto per fare un esempio. Con due ore di treno si arriva a Roma. In Lussemburgo non c’è niente, a parte le banche. La domenica non si può andare a sciare, al massimo si va a fare qualche bonifico. Il fatto che una signora di quelle che si incontrano al mercato del lunedì preferisca il Lussemburgo a Gualdo Tadino, mi lascia senza parole. Saluto la signora – “tanti auguri cocco!” – e provo a cercare una spiegazione. L’attualità mi viene in aiuto.

Oggi i maggiori quotidiani italiani hanno diffuso una notizia ai limiti del clamoroso: “l’80% dei candidati per un lavoro ad Expo ha rifiutato 1300 euro al mese per 6 mesi”. E giù editoriali sui bamboccioni, Aldo Grasso che parla di giovani non abituati a lavorare, riflessioni sulla pigrizia degli italiani. La fantomatica ‘rete’ non è da meno: a lavorare, vergognatevi, gli zingari, è colpa degli zingari. Qualche ora di tempo e si scopre l’arcano: i 1300 euro intanto sono lordi, netti diventano 700. Le ore di lavoro sono chissà quante e più di 40 settimanali. Ad alcuni sono stati chiesti soldi per la formazione. E’ bastato chiedere ad un po’ di candidati, per sapere come sono andate le cose. I grandi giornal – il Corriere, l’Huffington,etc. – non lo hanno fatto. Non è solo l’economia italiana a prendere per il culo i giovani, ormai lo fanno anche i giornali. A viso aperto.

Nel 1963 in Italia non c’era ancora lo statuto dei lavoratori, il padrone ti licenziava come e quando voleva. Lo stato uccideva diecimila persone con una grande opera scellerata, il Vajont. La signora Scassellati di Gualdo Tadino si sentiva presa per il culo dala sua nazione, e se n’è andata in Lussemburgo. E non ce torna manco da morta.

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Bubbolo va in Estonia #3

Politeismi

Politeismi

“Il vero coraggio è restare qui”, dicono. Lo dicevo anche io, leggendo dei tanti italiani scappati via a fare qualsiasi mestiere lontano dall’Italia. Dopo un mese e mezzo di Estonia ho capito che quella frase è una cazzata colossale. Ci vuole fegato a partire con un biglietto di sola andata per posti dove il sole non si vede mai, o quando si vede dura 22 ore e per dormire bisogna sigillare le finestre. Dove tutti parlano, bene che va, un ottimo inglese, che sarà cool quanto vi pare, ma è pur sempre una lingua noiosa e inespressiva. Niente a che vedere con la musica che ascoltiamo in Italia. Paesi dove tutti i piatti principali sono patate. Lesse, al forno, puré. Patate a perdita d’occhio. Posti tranquilli, silenziosi, quanto di più inquietante per chi è abituato a sentire una sirena ogni quarto d’ora. Abito in pieno centro, il posto più rumoroso della città, ed ho sentito un solo clacson in 60 giorni. C’è talmente tanto silenzio che per addormentarmi accendo la tv. Non capisco poi come sia possibile che qui non stia male nessuno, o forse qui le sirene sono silenziose. Solo luci con sottotitoli: “fuori dalle palle o l’omino me more per strada”. Gli estoni capiscono e accostano.

Dal punto di vista di uno che comunque tra due mesi torna a casa, emigrato temporaneo,  l’idea di emigrare non è meno coraggiosa del rimanere in Italia. Dare del codardo agli emigranti può essere una buona medicina per l’autostima, per sentirsi dei leoni in gabbia. La realtà è diversa, non c’è nulla di male nell’ammetterlo. Certo, l’italia in questo momento è quello che è: se vuoi fare il maestro di sci, l’appennino umbro marchigiano non ha più posto per te. Il riscaldamento globale ti costringe a salire a nord. Fuori dai nostri confini c’è un mondo non certo meno duro, forse con qualche possibilità in più e uno stato che pare non voler trattare i cittadini come fossero suoi nemici.

Mentre il silenzio di Tartu mi porta a queste riflessioni profonde, Bubbolo mi parla di Renziful, la telenovela del governo italiano. Non ha gradito per niente le consultazioni con Peppecristo, come prima non gradiva le bugie di Renzie, come prima non gradiva l’immobilismo urticante di Letta, come via dicendo. La sua conclusione è che in Italia ci sono vari tipi di cani: quelli che scodinzolano dietro Renzi, quelli che scodinzolano dietro Grillo, quelle che scodinzolano davanti a Berlusconi, e come tutti i cani del mondo quando si incontrano si azzuffano, non perché si vogliono male, semplicemente perché sono bestie non troppo sveglie. Poi ci sono anche i cani che non scodinzolano a nessuno, perché sono senza padrone e infatti stanno tutti al canile.

L’Italia, vista da fuori, è una distesa a perdita d’occhio di occasioni sciupate.

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Bubbolo va in Estonia – #1

Scendo qui, grazie

Scendo qui, grazie

Quando a Bubbolo ho detto che saremmo andati in Estonia, non ha fatto salti di gioia.  I cani sono restii alle novità, animali fedeli alla loro linea. Passare l’inverno a Tartu, città universitaria estone, è in effetti una dura prova per qualsiasi animale, compresi i padroni di cani.

Valigia stipata all’inverosimile di abiti pesanti, e di nuovo a Fiumicino.  Stavolta però non si va a Fortaleza dei Marmi, questo non è un viaggio premio. A Tartu Mussolini ci mandò in esilio un giovane Indro Montanelli. Sull’aereo per Helsinki, la maggioranza è coreana. Con la sorpresa del viaggiatore occasionale, scopro che Finnair, la compagnia di bandiera finlandese, è il vettore principale tra europa ed asia. Ho una visione distorta dei paesi del nord. Mi sembrano composti solo da neve, renne e bionde. Non è così, quest’anno non c’è neanche la neve. Fino a qualche giorno fa, le temperature non erano quasi mai scese sotto lo zero, il primo natale non bianco del secolo. Oltre ai coreani, comunque, ci sono anche un pugliese che spiega a un lucano come in Finlandia si possa aprire una partita iva in 30 minuti, e una coppia di donne con bambino, in cui una delle due donne ha le sembianze di un uomo. Da qui il dubbio: se in una coppia gay uno dei due è praticamente di sesso opposto, può ancora essere definita coppia gay? Al pensiero di una nuova possibile definizione di identità sessuale, anche Bubbolo ha un sussulto.

A Helsinki nevica (finalmente!) e ci sono -7 gradi. L’aeroporto è immenso, con la wifi ovunque e le prese di corrente per i portatili. Non sono queste, però, le curiosità più interessanti. Ciò che può mandare una persona sana al manicomio, è il silenzio. Fiumi di gente in transito, negozi, bar: non vola una mosca. Sorridono, parlano, ma non fanno rumore. Ci fosse stato un venditore di apparecchi acustici, me ne avrebbe appioppato subito uno.

Da Helsinki a Tartu il volo assume le caratteristiche più consone al viaggio che fece Montanelli. Aereo-trabiccolo con le eliche, solo una decina di persone a bordo. L’aeroporto di Tartu è un parcheggio ghiacciato. Ritiro la valigia nel tempo più breve della storia: 25 secondi. Dopo 18 ore di viaggio, tra auto aereo e attesa, mi attende l’Etiope: sarà lui la mia guida, nonché l’unico che conosco a Tartu oltre a Bubbolo.

Lovely Tartu

Il centro di Tartu alle 21 di domenica sera

Prima di arrivare al mio monolocale in centro, roba da dandy estoni, l’etiope mi mostra Tartu dal finestrino della macchina. Non c’è anima viva in giro, il vento taglia le orecchie. Arrivo in quella che sarà casa mia per i prossimi mesi: bella, piccolissima, accogliente, vuota. Mi fiondo fuori alla ricerca di cibo. Durante il giro di prima ho visto un’insegna chiara: “la dolce vita”. Italiani che aprono ristoranti, dio li benedica. Si spende pure poco, pizza e birra per 9 euro. La radio manda Ramazzotti e Mino Reitano, Bubbolo scuote la testa. Non sopporta gli stereotipi dell’italiano all’estero. A panza piena torno a casa, mi attende la mia prima notte nell’ex-unione sovietica.

Due immagini si compongono nella mia mente: uno scrittore russo che scrive a lume di candela sospirando di dolore ad ogni tocco di penna, e il Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Ad ogni angolo della città sembra spuntare l’attendente che chiede “ghe riverém a bàita?” Tradotto in italiano sarebbe: “argiremo a chèsa?” Tra l’altro non so neanche come finisce quel libro, non l’ho mai finito di leggere.

"ma dua cazzo semo" sembra pensare il mio compagno d'avventura Bubbolo

“ma dua cazzo semo” sembra pensare il mio compagno d’avventura Bubbolo

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Asfartati

Il campo di Badia

La storia dello sport è piena di bestie nere. La Germania quando incontra l’Italia piglia sempre dentate, Gimondi senza Merckx sarebbe stato il più grande di sempre, l’Inter non si sa ancora quante partite sia riuscita a perdere contro lo Shalke 04. La caratteristica delle bestie nere è la ciclicità: tornano e ritornano.

La Pio Bovio è una squadra pallavolistica di alto livello, ma al torneo di Badia (competizione internazionale mista su campo con buche) viene regolarmente presa a pallonate. Tre anni fa uscì in mezzo ad un mare di polemiche (documentate qui), ora si è ripresentata all’appuntamento, con più o meno gli stessi protagonisti. Il girone iniziale è di ferro, il debutto è stato di coccio. Di fronte una squadra di grande esperienza, con molte facce di pisa (signore, fa’ che stavolta nessuno degli avversari legga questo post), una prova subito ardua per i Pii Bovi. Badia è peggio del Bernabeu: il campo è ostico, il pallone è diverso (beach), le zanzare mordono, il vento tira, il riflettore acceca, il clero tifa contro. Finite le scuse, in campo è scesa una squadra senza giustificazioni. Primo set, parziale iniziale 7-0, con 4 ace subiti, ricezione ad altezza fosso. Rambo Guerrazzi, a bordo campo, lancia l’ultimatum: “se andiamo 8-0 me ne vado”. In men che non si dica il gap viene colmato, la Pio Bovio pareggia i conti (8-8) e va avanti punto su punto con gli avversari. Il gioco non è comunque mai in mano ai Bovi, la differenza si vede alla fine, nei punti caldi, quando gli avversari chiudono sul 25-22 senza troppo penare. Nel secondo set la squadra si trasforma, da Pio Bovio diventa Dio Bovio, una lunga trafila di bestemmie fino al finale, bugiardamente incerto, a 25-23. A fine partita nessuno dei Bovi ha voluto rilasciare interviste. Per loro ha parlato il presidente onorario, Re Ghimenti I di Badia: scuro in volto, ciondolando davanti al microfono, ha detto lapidario: “io vado a bé ir caffè”.

Questa sera la seconda partita del girone, contro un avversario ancora più ostico. Con l’eliminazione ormai certa, la Pio Bovio giocherà con due obiettivi: 1-Spettacolo, 2-Spaccare il culo alle passere sempre e comunque.

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Orgoglio gobbo

Pochi animali al mondo sono interessanti come i gobbi. Essi esprimono le caratteristiche dell’italiano tipo, tutte concentrate in una maglia bianconera: salgono subito sul carro del vincitore, annullano qualsiasi capacità logica in nome del capo, credono alle panzane che più gli fanno comodo.

Notizia di questi giorni è il ritrovamento di nuove intercettazioni tra Moratti e l’allora designatore Bergamo, ad opera degli avvocati di Luciano Moggi. I solerti principi del foro si sono sbobinati tutte le intercettazioni raccolte in quegli anni, e hanno ritrovato qualcosa che i magistrati ignorarono. Sono intercettazioni prive di significato ai termini del processo, Moratti esprimeva opinioni sull’operato degli arbitri, più o meno come fanno tutti i presidenti, dirigenti, allenatori e via dicendo. Moggi, al contrario, non esprimeva opinioni ma chiedeva cose precise. E vinceva tutto a mani basse. Ora i gobbi urlano allo scandalo, era tutto un magna magna, siamo stati puniti dalla magistratura comunista. A onor del vero, se lo scudetto 2006 assegnato a tavolino fosse revocato e non assegnato a nessuno, sarebbe la cosa migliore.  Questo non viene fatto perché sarebbe come se il sistema calcio ammettesse le sue schifezze, e questo non va bene perché col calcio si fanno tanti soldini. Continua a leggere

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