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Graziella

La Graziella, considerata sostanza dopante già dal 1975

Siccome sono un radical chic, leggo Il Post spesso e volentieri. Tramite questo sito, e non altrimenti, ho letto un articolo apparso sul Corriere della Sera (di solito lo evito come la peste). Autore: lo scrittore Mauro Covacich. Argomento: versione abbellita della soluzione bar sport al problema doping. Il succo è dunque il solito: lo sport è spettacolo, tanto vale liberalizzare il doping, così andrebbero tutti alla pari. Finale con postilla utopistic-buonista: “però se sapremo appassionarci anche ai dilettanti, il sistema fallirà”. Nel testo si parla, vivaddio, anche di ciclismo. Anche qui il bar sport domina, con la solita tesi: con tappe di 250 km sempre ai 50 all’ora, ovvio che si dopino. A sostegno dell’argomentazione: negli ultimi vent’anni non ricordo un campione del ciclismo che non abbia avuto qualche problema con l’antidoping.

Controprova per l’ultimo teorema, primi due nomi che mi vengono in mente: Cadel Evans (Tour 2011, Campionato del Mondo 2009), Damiano Cunego (Giro 2004, classiche di un giorno). Risalendo nel vortice del ragionamento, dettagli tecnici sulle medie orarie a parte, non ci vuole molto a capire come non sia l’entità dello sforzo a “favorire” il ricorso al doping, ma l’agonismo. Ci si dopa nei 100 metri come nella marcia 50km. Nonostante queste lievi contraddizioni, ci si riprende poi con la soluzione finale: tanto conta solo lo spettacolo (è tutto un magna magna!), dovremmo appassionarci anche ai dilettanti (la gente si deve svegliare!). Il bar acclama l’avvenuta dimostrazione con un “oooh!” collettivo,quindi è giunta l’ora di pranzo e si va tutti a casa.

E io che credevo che per essere scrittori fosse necessario non far esclamare ai propri lettori: grazie al cazzo, questa la scrivevo anche io.

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Storia delle Bucciottate: la Corbarambola

Le storie di  tutti i giorni, quelle che ci passano intorno senza sfiorarci, sanno farci capire come gira il nostro mondo. Il caso della fantomatica Corbarambola è uno di questi. Era gennaio quando sulla stampa locale è apparsa la notizia di un nuovo evento ciclistico in Umbria, nato dall’idea di uno che solitamente organizza riunioni di mongolfiere, e con l’obiettivo di raccogliere migliaia di ciclisti sulle sponde del lago di Corbara. La formula non era quella classica di ogni gara di questo tipo (in italia se ne fanno a centinaia durante la stagione): nel regolamento si specificava come fosse una cicloturistica, quindi non competitiva, in cui però venivano presi i tempi e per il più veloce c’era in palio una automobile del valore di 50.000 euro. Nel sito ufficiale campeggia ancora l’avvertimento: “Iscrizione riservata ai primi 7500 ciclisti“. Un numero simile classificherebbe questo evento tra i primi tre in italia, ed è solo al primo anno. La Novecolli, che fa 12mila iscritti, esiste da 40 anni, la Maratona delle Dolomiti è alla 25esima edizione ed ha 8000 iscritti, numero chiuso altrimenti non saprebbero dove infilare tutte quelle biciclette. Queste gare, oltre che l’esperienza decennale nell’organizzazione, hanno anche la caratteristica di svolgersi in tempi sacri del ciclismo, per questo raccolgono migliaia di adesioni. Corbara, con tutto il rispetto per la diga omonima, è un qualcosa di insignificante al confronto.

La manifestazione aveva anche fini benefici, raccogliere fondi per una qualche associazione di aiuto ai bambini poveri. I soldi per premi e beneficienza dovevano però essere trovati dai partecipanti: l’iscrizione alla gara era infatti fissata a 375 euro, da reperire cercandosi ognuno il proprio sponsor tra le aziende di sua conoscenza. Come se ogni ciclista della domenica avesse a disposizione aziende pronte a sponsorizzare la sua panza. Continua a leggere

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La flame rouge di Auro

Auro insieme ai suoi occhiali e all'ex campione del mondo Bettini

Non è vera Pasqua senza Giro della Fiandre. Appena dopo pranzo, completamente impanzaniti, c’è da affrontare la sfida del Grammont. Restare svegli fino alle 17, orario in cui si decide la gara, è impresa ardua quanto scalare tutti i muri della corsa olandese.

Questa edizione della corsa, vinta da Cancellara con una azione da lacrime per gli svizzeri e da applausi per il resto del mondo, porta con sé un elemento che conferma la tesi che in molti avranno elaborato durante la Milano-Sanremo: ma Auro Bulbarelli non commenta più il ciclismo? Se a Marzo poteva essere malato, ora non ci sono più scuse. Gli aneddoti di Auro non riempiranno più i nostri pomeriggi di primavera, quando il Giro d’Italia accompagna la nostra vita come una stella cometa. Continua a leggere

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Il bidone che fermò il Campionissimo

–Per la Madonna vo bene?

–Porco dio, me parete Coppi!

"Un uomo è solo al comando"

Quando per le campagne umbre si girava in bicicletta, e giusto qualche padrone aveva l’automobile, ad un viandante straniero che pedalava di buona lena e chiedeva ai contadini informazioni sulla strada per Madonna del Piano gli si rispondeva che andava più che bene, addirittura sembrava Fausto Coppi. Negli anni dell’Italia contadina che cambiava con le prime avvisaglie del boom economico, il Campionissimo piemontese incarnava i sogni di un paese che dopo un ventennio di sciagure aveva voglia di vincere.

Coppi non era certo un sex symbol, eppure giornali e radio del suo tempo erano affascinati da quel ciclista quasi deforme, dal naso a becco di Airone e il petto gonfio come un tacchino, il tutto retto da due gambe esili. Gli occhi scavati, una pettinatura che oggi ritroviamo giusto in qualche foto dei bisnonni, eppure dal bambino alla massaia, chiunque conosceva Fausto Coppi. Nei pomeriggi di maggio era facile accendere la radio e sentire quell’inizio di radiocronaca passata alla storia: “Un uomo è solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi“.

Iniziò a pedalare in qualità di garzone del salumiere di Novi Ligure. Continua a leggere

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