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Froome, il campione dei sospetti

Ritratto della salute

Ritratto della salute

“Perché segui ancora il ciclismo? Tanto sono tutti dopati.”

“Perché stai ancora con la tua ragazza? Tanto le donne sono tutte troie.”

Questa premessa serve a scremare il gruppo dei lettori, come solo la US Postal dei tempi d’oro sapeva fare. Astenersi emettitori di luoghi comuni e fidanzati di donne chiacchierate. Detto ciò, il cruccio di oggi è Chris Froome, nuovo marziano del Tour de France. Ieri sul Mont Ventoux è partito a 7 km dall’arrivo con un’accelerazione che ha fatto gridare allo scandalo, prima che al gesto atletico. Dopo quindici anni tremendi per il ciclismo, lo scetticismo era un risultato più che attendibile. Froome ha scalato il Ventoux quasi un minuto più veloce di Armstrong, quell’Armstrong, quello texano amico di Bush che si dopava mentre l’Unione Ciclistica Internazionale faceva finta di non vedere.

Il popolo dei suiver e degli appassionati già grida al doping. A sostegno della tesi porta numeri, valori, rapporti. Il tempo di scalata è minore di Armstrong (dopato), quindi l’implicazione è ovvia. Froome come Armstrong. Certo, ci sono ancora variabili non considerate. Com’era il clima? Ieri il caldo del Ventoux è sembrato essere meno micidiale, nonostante questo Froome all’arrivo ha avuto bisogno di ossigeno con tanto di mascherina. In generale, confrontare due prestazioni di due gare differenti è impresa scientificamente ardua. Un primo parametro per confrontare le “cilindrate” dei ciclisti lo inventò Michele Ferrari, il medico dopatore di Armstrong. La VAM, velocità ascensionale media,  indica i metri di dislivello saliti in un’ora, azzerando o diminuendo l’influenza di fattori esterni come diversa pendenza, vento, scie e via dicendo. Anche qui, la VAM di Froome di ieri è maggiore di quella di Armstrong del 2002. Il dato in assoluto più preciso, però, sono i watt espressi con la pedalata. L’unico problema è che non sono disponibili, sebbene la SKY (squadra di Froome) metta a disposizione per ogni tappa tutte le prestazioni, in dettaglio, dei propri corridori. Solo i dati di Froome non vengono resi disponibili, perciò ci si affida a calcoli empirici, un po’ meno precisi ma comunque stupefacenti: rapporto peso/potenza di 6.5 watt per kg, sui livelli del miglior Pantani, campione sfortunato di un’epoca molto triste per il ciclismo.

Non ci sono prove contro Froome, solo dati che non provano nulla se non un fisico fuori dal comune. Chris Froome non è un fenomeno di tattica, in maglia gialla si è preso un minuto per un ventaglio, impensabile per un Indurain; in bicicletta è inguardabile, storto, caracollante, la faccia piena di tic nervosi, oltre ad un fisico tirato allo stremo: alto 1 metro e 86, pesa meno di 70 kg. Non è una maglia gialla di quelle che siamo abituati a conoscere, poco signorile quando in fuga fa collaborare Quintana e poi lo stacca. Non lo abbiamo visto crescere come al solito: Indurain partì da gregario di Delgado, ma si vedeva la sua stoffa sin da subito. Pantani scortava Chiappucci, salvo prendersi qualche giornata di libertà sul Mortirolo. Froome è passato dalla squalifica al Giro d’Italia 2010 perché saliva proprio il Mortirolo attaccato ad una moto (infortunio al ginocchio, dice lui), al secondo posto alla Vuelta del 2011 e altrettanto al Tour 2012, dove faceva il gregario a Wiggins ma solo perché lo aspettava in salita.

Dopo gli ultimi 15 anni di ciclismo, i sospetti sono legittimi e salutari per uno sport che ha deciso, al contrario di tanti altri, di provare almeno a prendere qualche dopato. Non servono solo tanti controlli, già ce ne sono di asfissianti: serve un pubblico non disponibile a tollerare più certi fenomeni, perché è il pubblico che fa girare i quattrini. Senza quelli, le farmacie non lavorano. Perciò schifiamo i dopati tutti, compresi giovani, amatori, evasori e via dicendo, mettiamoci l’anima in pace, e guardiamoci il Tour de France. Perché doping o non doping, la vita senza le grandi corse a tappe in tv sarebbe di una noia mortale.

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Graziella

La Graziella, considerata sostanza dopante già dal 1975

Siccome sono un radical chic, leggo Il Post spesso e volentieri. Tramite questo sito, e non altrimenti, ho letto un articolo apparso sul Corriere della Sera (di solito lo evito come la peste). Autore: lo scrittore Mauro Covacich. Argomento: versione abbellita della soluzione bar sport al problema doping. Il succo è dunque il solito: lo sport è spettacolo, tanto vale liberalizzare il doping, così andrebbero tutti alla pari. Finale con postilla utopistic-buonista: “però se sapremo appassionarci anche ai dilettanti, il sistema fallirà”. Nel testo si parla, vivaddio, anche di ciclismo. Anche qui il bar sport domina, con la solita tesi: con tappe di 250 km sempre ai 50 all’ora, ovvio che si dopino. A sostegno dell’argomentazione: negli ultimi vent’anni non ricordo un campione del ciclismo che non abbia avuto qualche problema con l’antidoping.

Controprova per l’ultimo teorema, primi due nomi che mi vengono in mente: Cadel Evans (Tour 2011, Campionato del Mondo 2009), Damiano Cunego (Giro 2004, classiche di un giorno). Risalendo nel vortice del ragionamento, dettagli tecnici sulle medie orarie a parte, non ci vuole molto a capire come non sia l’entità dello sforzo a “favorire” il ricorso al doping, ma l’agonismo. Ci si dopa nei 100 metri come nella marcia 50km. Nonostante queste lievi contraddizioni, ci si riprende poi con la soluzione finale: tanto conta solo lo spettacolo (è tutto un magna magna!), dovremmo appassionarci anche ai dilettanti (la gente si deve svegliare!). Il bar acclama l’avvenuta dimostrazione con un “oooh!” collettivo,quindi è giunta l’ora di pranzo e si va tutti a casa.

E io che credevo che per essere scrittori fosse necessario non far esclamare ai propri lettori: grazie al cazzo, questa la scrivevo anche io.

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Differenze

Che sudata, anche io, quel giorno lì

E così Lance Armstrong si arrende, dice basta. Non al ciclismo, ma alla difesa davanti ai giudici: alle accuse di doping non risponderà più, si rimette alla clemenza della corte. Il primo risultato sarà quello di vedersi tolti i 7 tour de France vinti consecutivamente, record dei record, per quanto ormai resta tramandabile solo per via orale. Nel concludere la sua dichiarazione, il Cowboy texano ha chiuso con la frase ad effetto: “Io lo so chi ha vinto quei 7 Tour de France.” Sebbene con molto più stile, è la parafrasi dei 30 sul campo con cui la famiglia Agnelli sta addobbando tutto il proprio vestiario. C’è però una differenza grossa.  Continua a leggere

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Fabio Caccavaro

Il braccio del pallone doro

Il braccio del pallone d'oro

Fabio Cannavaro è campione del mondo, pallone d’oro, ed è pure bello, ha gli occhi azzurri. Ha fatto innamorare gli italiani durante i mondiali di Germania, invalicabile muro difensivo, uomo ovunque della nostra area. I tifosi del Parma e della Juve non lo dimenticheranno facilmente, quelli dell’Inter e del Real forse sì. Il Cannavaro interista era un difensore pasticcione, confuso, a tratti lento. A fine anno Moratti lo vende al primo che passa (Moggi) in cambio di un portiere di riserva e un pacchetto di patatine. Alla Juve la rinascita, che lo porta al mondiale come il miglior difensore italiano in circolazione. Lo era anche a Parma, a dire il vero. Cosa avranno mai queste due squadre in più? Un bell’ambiente, può darsi, una società serena, probabile, una sostanza magica, seguro. Continua a leggere

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