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La colonna di Manrico

Cercasi giovane, intraprendente, motivato,  per inserimento nella nostra redazione on line. Richiesta esperienza calcistica e possesso di una tv satellitare con canali sportivi di tutto il mondo. Inviare cv a colonna.destra@repubblica.it

Manrico non credeva ai suoi occhi quando lesse l’annuncio. Scorreva i requisiti sul testo, col dito indice, e gli pareva fosse stato scritto per lui: li aveva tutti. Giovane: sì, a 31 anni era ancora giovane. Intraprendente: chi più di lui, aveva anche comprato un giornale di annunci. Motivato: il giornale di annunci lo stava pure leggendo! L’esperienza calcistica, dopo le vittorie degli ultimi anni al fantacalcio, non era in discussione. La ciliegina sulla torta erano i canali da tutto il mondo: tutti lo presero in giro per l’acquisto di quella antenna parabolica motorizzata, “un lusso da piccoloborghese di fine anni 90” dissero i suoi amici. Alla faccia di quegli intellettuali rimasti a leggere L’Internazionale, ora avere tutte le tv del mondo era la chiave per entrare nel mondo della cultura dalla porta principale.

Il colloquio fu massacrante, per il posto si presentarono in 1200 persone. Tutti giovani, intraprendenti e motivati. Fior di titoli, lauree, master, esperienze in tutto il mondo. Manrico fu però l’unico a rispondere alla domanda su Astutillo Malgioglio: portiere di riserva con baffi e capelli a caschetto dell’Inter di Trapattoni. Il posto era suo: contratto di sei mesi, con buone probabilità di inserimento.  Neanche il tempo di chiamare la mamma e dare la  buona notizia: il giorno dopo era già tempo di cominciare a lavorare. Così iniziò l’incubo di Manrico. Continua a leggere

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Il filtro “sticazzi”

Cosa fa un passero da 30kg su twitter?

In rete spopola il dibattito “twitter sì, twitter no, twitter ma”, promosso da non si sa chi nella notte dei tempi e infiammato da Michele Serra qualche giorno fa. Il giornalista ha espresso dubbi su quanto sia davvero meglio la sintesi dei 140 maledetti caratteri, e lo ha fatto con un giochino semplice: usando appunto un massimo di 140 caratteri. La tesi di Serra è: per dire che twitter non mi piace, avendo a disposizione pochissimo spazio, devo scrivere “twitter fa schifo”. Se avessi più spazio, potrei argomentare. Inappellabile. La rete di twitter, però, si è infuriata, scatenando un putiferio di tweet contro Serra. Ora Giuseppe Smorto, altro giornalista di Repubblica, è tornato sull’argomento, in modo più semplice e quindi comprensibile anche al radical chic, ovvero l’utente medio di twitter. Smorto non emette sentenze, ma fa solo notare come anche gli utenti “migliori”, quelli che hanno davvero qualcosa da dire, si perdono spesso e volentieri in fuffa personalistica. La conclusione di Smorto è: twitter è interessante, ma il caro e vecchio giornale lo è di più, perché non avendo spazio infinito, bisogna fare una selezione.

Sto andando qui, sto mangiando là, grande serata al Billo disco club…

Oggi anche Arianna Ciccone, ancora su Repubblica, torna sul problema. (ndr: mi scuso per il citare solo giornalisti di Repubblica) L’omonima di Madonna prende le difese del social network, perché siamo ciò che twittiamo. Se un utente diventa noioso, basta un defollow. Molto meglio dei  giornali, dove c’è una gerarchia, il web è libero e infinito, c’è posto per tutti.

Il dibattito sta andando avanti, ma gli schieramenti sembrano fatti: ci sono i pro fuffa e gli anti fuffa. Ognuno con le sue ragioni. Una domandina che andrebbe fatta ai pro, Ciccone in testa, riguarda il numero di follower che avrebbe se invece di scrivere su Repubblica scrivesse sul Corriere del Tiferno – edizione Solfagnano-Parlesca. Il giornale sarà pure brutto e gerarchico, ma porta pagnotta e follower, cosa ancora non garantita da alcun social network, a meno di non diffondere contenuti porno ed iniziare a fare le escort.

Sia chiaro: twitter è un posto in cui non esisti se non hai nulla di interessante da dire. Su facebook la tua amicizia viene accettata comunque, ci sono di mezzo dei veri rapporti sociali. Ma guarda quello stronzo di Mario che non m’accetta l’amicizia.  Ma la fuffa è sempre in agguato, anche se non c’è la possibilità di fare album di foto o giocare a castleville: la scienza è chiara in questo, dove c’è un essere umano ci sono acqua,  carbonio e fuffa. Se gli esseri umani sono due, maschio e femmina, c’è anche un venditore di rose. Se il sistema aumenta, c’è bisogno di un social network.

Nota a margine: l’intelligenza artificiale spazzerà via tutti questi dibattiti, un giorno le macchine riusciranno a replicare il complicato meccanismo denominato “filtro sticazzi” che ognuno di noi ha nel cervello.

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Piazza Craxi non è ad Hammamet

piazza craxi derutaDomani per la nostra piccola valle maledetta passerà la Tirreno Adriatico, corsa ciclistica per squadre professioniste. Lo si capisce dal fatto che lungo i paesini della strada marscianese, su cui transiterà la carovana, sono già pronti i cartelli, gli avvisi di chiusura del traffico e via dicendo. Lo si capisce anche da come questa mattina c’erano gli operai della provincia a rifare le strisce sull’asfalto. Purtroppo non è stato possibile rifare anche l’asfalto, perciò ora si può ben vedere dove sia delimitata la carreggiata ma si dovrà comunque uscire da questa perché la strada ha la conformazione di una grattaformaggio.

Deviando dalla strada della Tirreno Adriatico si arriva a Deruta, posto comodo per chi come me necessita di un certificato medico. Il dottore sta in un quartiere costruito da poco, appena si arriva c’è un cartello strano: “Piazza Bettino Craxi – statista”. Il comune di Deruta ha intitolato una piazza ad un delinquente. Bisogna comunque essere indulgenti, a Deruta sanno fare solo maioliche (dei cocci orrendi che quando te li regalano maledici dio e gli apostoli per mesi), non gli si può chiedere di aver letto, comprendendoli, i giornali degli anni novanta.

Il medico sportivo, dopo essersi accuratamente accertato della mia condizione fisica “stai bene? sei allenato?”, ha fatto le solite procedure, acceso le solite macchinine per i grafici sull’andamento del cuore, e poi chiesto il corrispettivo. Niente ricevuta, come è d’uopo per tanti illustri medici.

Mentre aspettavo il mio turno, il mio magico Android mi suggeriva alcune notizie da leggere. Una funzionaria marocchina di un paesino sperduto non si è fatta corrompere da due italiani che volevano coprirla di soldi per cambiare la data di nascita di Ruby Rubacuori. Una piccola funzionaria pubblica ci dà una grande lezione di dignità. A noi che accettiamo come prassi la corruzione, anzi gli ci intitoliamo le piazze, che abbiamo strade devastate e la provincia che invece di metterle a posto compra seggiovie (appendere le macchine ad una funa sarebbe in effetti una soluzione per non rovinare le strade). I marocchini, una delle tante etnie che odiamo perché sono sporchi, neri, brutti, ci rubano il lavoro e chissà cosa altro, ci insegnano che non tutto si può comprare. Loro, la minaccia islamica, il terrorismo, le donne segregate e chi più luoghi comuni ha più ne metta, ci danno uno schiaffo bello forte, a mano aperta. A chi è ancora senza botulino in faccia, lo schiaffo della funzionaria marocchina fa male.

Nel frattempo sabato si manifesta in difesa di Costituzione e scuola pubblica, pure gli Afterhours hanno scritto un appello che Repubblica mise addirittura in prima pagina. Dieci righe in tutto, dove la grande band esprime concetti potenti: “Politicamente in primis ma se scaviamo più a fondo troviamo le radici logore di una società annichilita nella sua più importante sorgente: la cultura.” Auguro agli afterhours di vedersi sottrarre tutti i fondi per la cultura e di dover andare a lavorare in autostrada insieme ai Baustelle, così da poterli metterli sotto ed essere denunciato a piede libero per omissione di soccorso.

Alla funzionaria marocchina incorruttibile rispondiamo con un rocker che di cognome fa Agnelli. Fottetevi tutti, io divento islamico.

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Sabato gnocca

Qualche volte capita di essere in giro per il borgo e fermarsi in edicola. Il giornale di carta in fondo ha sempre quel qualcosa in più, se non altro perché ha bisogno di più tempo per essere letto. E’ uno dei tanti modi per cercare di rallentare la corsa del mondo. C’è però un accorgimento da prendere, che io regolarmente mi dimentico. Non comprare mai il giornale il sabato. Vale sia per i cittadini onesti e banali che comprano il corriere della sera che per i sognatori radical che chiedono La Repubblica. In entrambi i casi avrete in allegato l’inserto del sabato, quello ispirato, dedicato, rivolto, alle donne. Un mucchio di carta patinata in grado di rovinare la giornata di qualsiasi ottimista, Gianni compreso. Continua a leggere

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Finalmente il festival

A Perugia, pochi passi da casa mia, è la settimana del Festival internazionale del giornalismo. Giornate piene di appuntamenti, discussioni e conferenze interessanti, non come quando ci sono quelle palle mostruose sui pittori di qualche epoca strana o la musica da camera del seicento eseguista dai solisti di Aciliacasalpalocco. Nonostante sia giunto alla quarta edizione, questa è il primo festival a cui riesco ad assistere. Nei tre anni precedenti sono stato esiliato a Pisa, città il cui unico evento degno di rilievo è la luminara, una bucciottata cosmica. Continua a leggere

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La rete è bucata per definizione stessa di rete

Jamie DAlessandro, giornalista di Repubblica

Jamie D'Alessandro, giornalista di Repubblica

Qualche giorno fa il sito di Posteitaliane è stato defacciato da un simpatico hacker, un bel danno all’immagine già scassata dei postini italici. Apprendo la notizia mentre leggo La Repubblica sotto il sole di Belluno, il giornale dei farabutti dedica addirittura due pezzi al caso. Dopo aver letto cronaca e reazioni sia di polizia postale (“ci vorrà del tempo per scovare il colpevole”) che di Posteitaliane (“i dati dei nostri clienti non sono a rischio”), getto l’occhio sul pezzo di contorno, dal titolo “Da Google a Twitter così i cyberpirati bucano la rete“. Lo slang tecnico c’è, proviamo a leggere. Continua a leggere

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Piazza Afghana

Di nuovo morti sul lavoro, questa volta militari. In effetti sono i più a rischio, anche se muoiono molto meno degli operai. La tragedia è comunque tale da “fermare” il paese e indurlo, se non al ragionamento, almeno al cordoglio. Per cronache, parole di circostanza e professioni pacifiste di Bossi rimando ai vari giornali on line; su nessuno di loro ho però mai trovato qualcuno che abbia notato una poco piacevole curiosità: a qualche giorno da grandi tumulti o manifestazioni c’è sempre qualche strage, una coincidenza quantomeno sinistra, e non nel senso di comunista. Sabato 19 era prevista la manifestazione in favore della libertà di stampa, dietro la quale si stava creando un movimento mica da ridere. L’appello di Repubblica è stato firmato da tutta Europa, grandi intellettuali e premi Nobel compresi. Stessa cosa accadde nel marzo 2002, la CGIL portò in piazza 3 milioni di persone in difesa dell’articolo 18, e qualche giorno prima le fantomatiche nuove BR sembravano voler riportate il paese negli anni di piombo con l’uccisione di Marco Biagi. Nessun complotto, per carità, anche se le nuove BR non impaurirono neanche il Milan di Ancelotti che in difesa giocava con Roque Junior e Laursen, e questi giorni di sospensione delle discussioni sui grandi temi autunnali sono ossigeno per i polmoni berluscones. Le stragi di stato sono comunque una tecnica assodata, riportano ordine paura e mantengono lo stato di iniquità necessario al benessere dei governanti.

Ora tutti pronti alla sfilata di alte cariche per i funerali di stato, ed alla immancabile puntata di Vespa. D’altronde chi non ha altro che la propria vita non può che investire quella. Per la gioia degli strozzini, eserciti o aziende che siano, che vivono di rendita. Il dolore paga sempre.

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