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Barbato e le profumiere

(s)Barbato, Idv

La sinistra non sa come prendere il ciclone Di Pietro. Lui e il suo partito fanno opposizione popolare, parlano pane al pane e vino al vino: ce l’hanno con Berlusconi e non gliela mandano a dire. Il Pd, che proprio sinistra non è, tentenna, gli extraparlamentari parlano  di temi sociali con forza, ma al bar il tema non l’ha mai gradito nessuno.

L’ultima frecciata dell’Idv viene da Francesco Barbato, deputato, che di fronte agli operai Fiat di Pomigliano d’Arco in corteo a Palazzo Chigi ha urlato: “Per ogni operaio mandato via dalla Fiat gliela tiro io in faccia una statuetta a Berlusconi!“.  Intenzione discutibile, dal Pdl piovono piagnistei in men che non si dica. L’argomento violenza ormai è tabù, il geniale silvio si è creato questi anni di piombo al sapore di taralluccio ed ora qualsiasi cosa si dica è istigazione a delinquere. Per la precisione, qualsiasi cosa si dica contro il premier.

Appena sollevatosi il polverone di condanne, Barbato, che ha imparato la lezione dal nemico, ha subito smentito. “Sono stato frainteso”. Saranno popolani, saranno volgari, ma almeno ripagano l’odiato silvio con la stessa moneta. Una lezione che andrebbe seguita anche a sinistra,e da tutti gli uomini di buona volontà. Di fronte alle profumiere, quelle tipe fascinose e loquaci che sembra sempre stiano per concedersi, non bisogna solo subire. Vanno prima smascherate e poi prese a calci sulla passera, o statuette in fronte che dir si voglia.

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Archiviato in argite, il gatto Silvio

Dal bosco al duomo

Silvio dopo il cavalletto

Dopo le monetine di Craxi, la statuina di Silvio. Il mio gatto, che si chiama Silvio pure lui, oggi ha cominciato a sanguinare. Poco dopo accendo la tv ed anche il suo omonino appariva tumefatto in viso. La foto sanguinolenta ha già fatto il giro del mondo, e su Facebook, che ormai conta più di Porta a Porta, gli schieramenti sono già belli che fatti. Da una parte i fan di Massimo Tartaglia, la mano degli italiani, e dall’altra i seguaci di Silvio, il più amato dagli italiani.  Sulla pagina dei fan del premier compaiono centinaia di messaggi di solidarietà, provenienti da gente inutilmente sconosciuta, i più significativi sono quelli che chiedono le dimissioni di Antonio Di Pietro. A chi si chiede da cosa si possa dimettere uno senza incarichi istituzionali, ricordo che Di Pietro è presidente del consorzio degli olivicoltori di Campobasso.

Finito l’entusiasmo iniziale, resta però la vergogna. Un paese in cui il primo ministro per non far cadere il suo governo è costretto a farsi colpire al volto, non è degno di essere chiamato repubblica delle banane. Un governo dovrebbe essere sempre sorretto da sei canali televisivi e dalle grandi famiglie del paese, non andrebbe fatto cadere e meno che mai andrebbero fatte elezioni col rischio che il vecchio premier non venga rieletto. E a poco serve bearsi di uno week end in cui la juventus ha perso a Bari e il personaggio politico più odioso viene preso a souvenir in faccia. Questo è un paese che non ha memoria, c’è poco da fare.  Roberto Dal Bosco, che nel 2004 scagliò il cavalletto della sua macchina fotografica contro berlusconi, non ha neanche un decimo dei fan di Tartaglia, non ha una sua trasmissione tv e neanche una qualche poltrona. Queste, al pari di quando perde l’Inter di San Josè Mourinho, sono tutte sconfitte della democrazia.

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